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  • Morto Tinto Brass a 93 anni: addio al regista che portò l’eros nel cinema italiano

    Morto Tinto Brass a 93 anni: addio al regista che portò l’eros nel cinema italiano

    È morto Tinto Brass, uno dei registi più riconoscibili e controversi del cinema italiano. Il cineasta si è spento a Roma nella mattinata di mercoledì 4 novembre 2026, intorno alle 10.30, all’età di 93 anni. La notizia è stata comunicata all’ANSA dalla moglie Caterina Varzi e dai figli Bonifacio e Beatrice Brass. Per le esequie, la famiglia prevede una cerimonia strettamente privata. Nato a Milano il 26 marzo 1933, ma profondamente legato a Venezia, Brass ha attraversato oltre mezzo secolo di storia cinematografica, passando dalla sperimentazione politica e visiva degli anni Sessanta a un cinema erotico che avrebbe segnato l’immaginario di più generazioni. La sua morte arriva appena due mesi dopo l’omaggio ricevuto alla Mostra del Cinema di Venezia, dove era stata presentata una versione restaurata di Col cuore in gola, una delle opere più rappresentative della sua prima stagione artistica.

    La notorietà di Brass rimane indissolubilmente legata a titoli come La chiave, Miranda, Paprika, Così fan tutte e Monella, film che ne hanno consolidato l’immagine di autore provocatorio, interessato alla sessualità e alla rappresentazione del desiderio. Sarebbe però riduttivo identificare l’intera carriera con quella produzione. Prima di diventare un riferimento del cinema erotico italiano, Brass aveva costruito un linguaggio personale attraverso il montaggio, la satira sociale, le contaminazioni con il fumetto e la cultura pop, confrontandosi con i principali movimenti di rinnovamento cinematografico del dopoguerra. La sua opera è stata accompagnata da una relazione spesso conflittuale con la critica, le istituzioni e la censura. Proprio questa tensione, mantenuta anche quando i suoi film conquistarono un pubblico più vasto, costituisce uno degli elementi più significativi della sua figura artistica.

    Tinto Brass

    Dagli esordi sperimentali alla rottura con il cinema tradizionale

    Il rapporto di Brass con il cinema cominciò lontano dai grandi studi di produzione italiani. Dopo una formazione giuridica, si trasferì a Parigi, dove lavorò alla Cinémathèque française, entrando in contatto con un ambiente culturale attraversato dalle trasformazioni che avrebbero portato all’affermazione della Nouvelle Vague. Il montaggio divenne uno degli strumenti fondamentali della sua ricerca, non soltanto una fase tecnica della lavorazione cinematografica. Rientrato in Italia, collaborò con autori come Roberto Rossellini, Alberto Cavalcanti e Joris Ivens, maturando un’esperienza che avrebbe influenzato profondamente il suo modo di costruire immagini e racconti. Il debutto nel lungometraggio arrivò nel 1963 con In capo al mondo, successivamente distribuito con il titolo Chi lavora è perduto. L’opera, dedicata al disagio di un giovane incapace di riconoscersi nei valori della società contemporanea, attirò l’attenzione della critica ma incontrò anche le obiezioni della censura.

    Quel primo confronto con i limiti imposti alla libertà espressiva anticipò una costante della sua carriera. Negli anni successivi Brass attraversò generi e linguaggi differenti, passando dal documentario politico Ça ira – Il fiume della rivolta al cinema sperimentale di L’urlo e Nerosubianco. Un ruolo particolarmente importante ebbe Col cuore in gola, thriller del 1967 girato nella Londra della cultura pop, interpretato da Jean-Louis Trintignant ed Ewa Aulin. La collaborazione con Guido Crepax, coinvolto nella progettazione grafica, contribuì a definire un film nel quale la narrazione tradizionale si intrecciava con soluzioni visive provenienti dal fumetto. Brass sperimentava con inquadrature, ritmo e colori, cercando un linguaggio capace di superare le convenzioni del racconto cinematografico. Una ricerca che sarebbe proseguita anche quando la sua attenzione si sarebbe spostata verso temi differenti.

    Tinto Brass

    La chiave, il successo e le polemiche sul cinema erotico

    La svolta più conosciuta arrivò tra gli anni Settanta e Ottanta. Con Salon Kitty, uscito nel 1976, Brass cominciò a esplorare in modo sempre più esplicito il rapporto tra sessualità, potere e controllo sociale. La lavorazione di Caligola rappresentò invece un capitolo particolarmente travagliato: il film distribuito non corrispondeva al progetto originario del regista, diventando uno dei casi più discussi della sua carriera. Fu soprattutto La chiave, nel 1983, a segnare il passaggio verso un successo popolare di dimensioni più ampie. Liberamente tratto dall’opera dello scrittore giapponese Jun’ichirō Tanizaki e interpretato da Stefania Sandrelli, il film affrontava il desiderio e le tensioni all’interno di una coppia attraverso una rappresentazione che suscitò polemiche, ma attirò anche un pubblico consistente.

    Da quel momento la presenza femminile assunse un ruolo sempre più centrale nel suo cinema. Serena Grandi in Miranda, Francesca Dellera in Capriccio, Debora Caprioglio in Paprika e Claudia Koll in Così fan tutte sono alcune delle interpreti che legarono una parte importante della propria notorietà ai film di Brass. Il regista rivendicava l’erotismo come linguaggio espressivo e come strumento per raccontare personaggi femminili insofferenti alle regole sociali. Una posizione che non eliminò le contestazioni: la sua rappresentazione del corpo delle donne rimase oggetto di letture contrastanti, tra chi vi riconosceva un’affermazione di libertà sessuale e chi ne criticava lo sguardo prevalentemente maschile. Brass non cercò mai di sottrarsi completamente a quella controversia, utilizzando spesso l’ironia e la provocazione anche nelle apparizioni pubbliche.

    Tinto Brass

    L’immagine del regista provocatore finì progressivamente per prevalere su quella dell’autore sperimentale, almeno nella percezione del grande pubblico. Eppure la continuità tra le due fasi della carriera si riconosce nella volontà di mettere in discussione le convenzioni, prima attraverso il linguaggio cinematografico e successivamente attraverso la rappresentazione della sessualità. Il suo percorso non fu una semplice successione di scandali, ma una ricerca artistica che cambiò forma nel tempo, incontrando risultati differenti e suscitando giudizi spesso divergenti. Anche la frequente presenza dello stesso Brass davanti alla macchina da presa, talvolta in ruoli ironici o autoreferenziali, contribuì alla costruzione di un personaggio pubblico riconoscibile, che non coincideva necessariamente con la complessità dei film realizzati.

    L’ultimo riconoscimento di particolare rilievo era arrivato il 1° settembre 2026, quando l’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia aveva scelto Col cuore in gola per la serata di preapertura. Il film era stato presentato in una versione restaurata in 4K dal Centro Sperimentale di Cinematografia, con il supporto di Netflix. Brass non aveva potuto partecipare per motivi di salute, ma aveva inviato un messaggio letto dalla moglie Caterina Varzi. La scelta della Biennale aveva riportato sotto i riflettori il regista degli anni Sessanta, riconoscendone il contributo al rinnovamento del cinema italiano. A distanza di quasi sessant’anni dalla sua prima presentazione veneziana, quell’opera tornava così a occupare un posto importante nella discussione sulla sua eredità artistica.

    Tinto Brass

    Sul piano personale, Brass aveva condiviso una lunga parte della propria vita con Carla Cipriani, sposata nel 1956 e scomparsa nel 2006, dalla quale erano nati Beatrice e Bonifacio. Nel 2017 aveva sposato Caterina Varzi, rimasta al suo fianco anche negli ultimi anni, segnati da problemi di salute. Con la morte di Tinto Brass scompare un autore che ha occupato una posizione difficilmente assimilabile alle principali correnti del cinema italiano, capace di passare dall’avanguardia alla cultura popolare mantenendo uno stile immediatamente identificabile. Il ritorno veneziano di Col cuore in gola ha ricordato che la sua filmografia non può essere letta soltanto attraverso i titoli erotici più celebri. È in questa convivenza tra sperimentazione, successo co

  • I briganti di un’Italia di mezzo

    I briganti di un’Italia di mezzo

    Dopo la serie di successo Baby (2018-2020), il collettivo Grams* (Re Salvador, Antonio Le Fosse, Marco Raspanti, Eleonora Trucchi, Giacomo Mazzariol) firma un altro prodotto per Netflix, Briganti. La storia esce sulla piattaforma di streaming nel 2024 e tratta del fenomeno del brigantaggio nell’Italia meridionale post unitaria. 

    Fin dal primo episodio, viene messo in scena un mosaico geografico e dialettale. La narrazione infatti si apre in Basilicata, nel 1862, un anno dopo la proclamazione dell’Unità d’Italia. Ad accorrere in quelle terre però non sono solo gli autoctoni, ma anche diverse bande provenienti da altre regioni del Sud. Ci sono gli ex garibaldini siciliani, ci sono i campani scappati ai Borbone, ci sono i calabresi. La Basilicata diventa la Campania, che diventa la Sicilia, che diventa la terra di nessuno. Tutti stanno creando alleanze, si stanno studiando da lontano o da vicino, per combattere per quel territorio, per il fu Regno delle Due Sicilie, per il loro Meridione. Il nemico è l’esercito dei piemontesi guidato dal generale Fumel (Pietro Micci), i nordici. Ma, come ogni battaglia che si rispetti, ci sono vere alleanze e finte alleanze, veri amici, e anche veri nemici. 

    Nell’ibridarsi dei confini, assistiamo anche a un mescolarsi degli accenti. Quello che identifichiamo come “forestiero” è spesso dato solo da alcune pennellate di trama – “i calabresi” – o da alcuni, pochi, riferimenti geografici – Mignano, Caserta. Capiamo così subito che con la brigantessa Maria Oliverio, alias Ciccilla (Ivana Lotito), proveniente dalla Sila e con il marito Pietro Monaco (Orlando Cinque), anch’egli brigante, ex soldato nell’esercito borbonico ed ex garibaldino, c’è poco da scherzare. Loro sono i capi della temibile banda Monaco, quelli che hanno sfidato le tenebre delle montagne deserte, dei dirupi, che hanno schivato le imboscate, che hanno ucciso parenti – Ciccilla la sorella – pur di arrivare dove sono arrivati, di sconfiggere i piemontesi. Fra quelle aspirate un po’ troppo marcate – più della zona di Catanzaro che di Cosenza –, fra qualche affricata ridondante – più siciliana che propriamente calabrese –, capiamo che troppo in là non possiamo spingerci, se non vogliamo finire anche noi nella boscaglia. 

    Insieme a Ciccilla e a Pietro, a Celestino (Leon de la Vallée), a Jurillo (Federico Ielapi), c’è Filomena De Marco (Michela De Rossi). Filomena è una ex contadina, data in sposa al signore del villaggio, che però la violenta e la maltratta. Filomena è ribelle, volitiva, indomabile. Non le basta questa vita, non la vuole. Si unisce infatti alla banda dei Monaco, accanto a Ciccilla, diventa sua sorella, anche se quella biologica Ciccilla l’ha già giustiziata. 

    Ernesto D'Argenio
    Ernesto D’Argenio

    Cosimo Giordano, Ernesto D’Argenio racconta la costruzione del personaggio

    C’è però in questo mosaico un altro punto nevralgico: i due personaggi “jolly”, Cosimo Giordano (Ernesto D’Argenio) e Giuseppe Schiavone (Marlon Joubert), detto “Lo Sparviero”. Il dissing fra di loro si mette in scena dall’episodio uno. Cosimo è appartenente alla famiglia Giordano e sembra quasi rappresentare nella serie una sorta di mitica Cassandra, colui che capisce tutto prima ancora che anche noi spettatori siamo in grado di comprendere. 

    Nel conflitto messo in scena fra Cosimo Giordano e Giuseppe Schiavone, si va delineandosi una specie di conto in sospeso fra i due. Quanto della backstory dei due personaggi influisce sull’interpretazione del suo di personaggio, Cosimo, e sulla messa in scena di un attrito già avvertito?

    “Ho immaginato un passato comune, forse nell’esercito borbonico, fatto di battaglie, rivendicazioni, tradimenti e ferite. Un passato che non ha una sua corrispondenza storica documentata, ma che mi ha permesso di costruire una relazione psicologicamente verosimile e di attraversare anche luoghi oscuri, di grande intensità emotiva. Ho cercato di immaginare quali sentimenti e quali ferite potessero legare uomini che avevano vissuto un momento così dirimente per la storia d’Italia”.

    Sembra quasi che a un certo punto della narrazione il personaggio di Cosimo venga presentato come “matto”, quello assetato di sangue e di vendetta. Se è vero, com’è vero, che ogni spettatore, così come ogni lettore, vede e legge ciò che vuole vedere e leggere nella psicologia di ogni protagonista, qual è il confine, da attore, fra la motivazione/giustificazione di trama e la resa attoriale personale?

    “Credo sia fondamentale partire dal contesto storico e dalle condizioni sociali in cui si svolge questa vicenda. La ricerca è stata un percorso in cui ogni tassello mi apriva la strada a quello successivo, fino ad arrivare a territori sempre più oscuri e complessi.

    Sono partito dai dati storici relativi a Cosimo Giordano, integrandoli con un lavoro di intuizione e immaginazione sulla sua storia personale. In particolare, da un episodio estremamente drammatico: l’uccisione del padre davanti ai suoi occhi, quando era ancora giovane, per un debito contratto con un uomo che gli aveva prestato denaro per acquistare del bestiame.

    Ho immaginato quanto un’esperienza simile, in un contesto già attraversato da soprusi e ingiustizie, potesse segnare profondamente un uomo. E del resto l’ingiustizia, che è ancora molto presente nella nostra società, ha semplicemente imparato a mascherarsi e ad assumere forme diverse.

    Mi ha colpito anche la natura camaleontica del personaggio storico: un uomo passato dall’esercito borbonico a quello piemontese, poi al brigantaggio, capace persino di inserirsi nelle trame della politica italiana, fino a concludere la propria vita al confino in Sicilia.

    Ho visto in lui una personalità incapace di rimanere imbrigliata nelle regole e nei limiti imposti dall’esterno. Una sorta di follia, se vogliamo, non in senso patologico o negativo, ma come bisogno di superare continuamente il limite, di cercare una forma di libertà, quasi anche spirituale, che andasse oltre ciò che gli era consentito”. Cosimo appare linguisticamente ben connotato, al contrario dell’antagonista Schiavone. Ha infatti un chiaro accento campano.

    Briganti

    Quanto è stato complesso modularsi sul suo dialetto? 

    “È stato abbastanza naturale. Ho una certa dimestichezza con le lingue e una sensibilità particolare per i suoni e le cadenze. In questo caso, poi, il campano appartiene anche alla mia storia familiare. È stato, quindi, in qualche modo, un ritorno a qualcosa che fa parte di me: ho attinto alla mia memoria, alle mie origini, ma ho cercato anche di entrare fisicamente nei luoghi del personaggio. Sono andato a visitare anche la sua casa e i territori in cui si muoveva Cosimo Giordano durante gli anni dell’Unità d’Italia. Ho cercato, insomma, di conoscere non soltanto la sua lingua, ma anche il paesaggio e l’ambiente in cui aveva vissuto”. 

    Il tesoro del Sud e il confine tra ricostruzione storica e finzione

    Ora, cosa unisce tutti questi personaggi eterogenei, al di là della comune lotta contro il Nord? Qui entra in ballo l’oro. Niente a che vedere con l’altrettanto mitica Età dell’Oro, ma con un oro materiale. Tempo addietro, è stato nascosto un tesoro, il tesoro del Sud. Tantissime monete d’oro massiccio, sotterrate non si sa esattamente dove. A indicare il punto preciso, c’è una mappa. Inizia così non solo una caccia all’oro, ma una caccia all’uomo. Chi ha questa mappa? Chi conosce il punto preciso?

    Il dramma storico si trasforma progressivamente in una sorta di giallo, un Cluedo in cui ogni personaggio comincia a nutrire dei sospetti sul prossimo. Cadono le maschere e ciò che viene fuori non è altro che la storia più antica della storia d’Italia stessa: homo homini lupus. Nient’altro che l’essenza dell’uomo messo alle strette. Tutti cercano il tesoro per riscattarsi, per liberarsi. Tutti vogliono solo quelle monete, e farebbero qualsiasi cosa pur di ottenerle. Letteralmente, anche tradirsi. 

    La trama di Briganti, data l’ambientazione storica, trova un terreno comune con diverse altre narrazioni sul tema. Fra tutte, mi viene in mente un romanzo corposo che è Italiana dello scrittore Giuseppe Catozzella (Mondadori, 2021), incentrato sulla figura della brigantessa Ciccilla, qui personaggio con un ruolo altrettanto importante. Le variazioni e differenze, se confrontate, sono parecchie e tangibili, sebbene possano trovare facile giustificazione attraverso il mezzo narrativo stesso, soggetto in sé a variabili a volte imperscrutabili, dettate dalla penna degli autori. Quanto questa fitta rete narrativa, su un argomento storico così massiccio, può influenzare la resa della messinscena nella sua totalità? In altre parole, pur essendo il suo personaggio certamente non quello di Ciccilla nello specifico, che peso ha la documentazione dei fatti storici e delle eventuali altre trasposizioni narrative per l’interpretazione attoriale e la resa del prodotto finale?

    “Mi sono documentato sul fenomeno del brigantaggio, ma ho cercato soprattutto di avvicinarmi a questa storia da un punto di vista emotivo. Perché non bisogna dimenticare che la storia è fatta di persone, e le persone sono fatte di desideri, bisogni, ferite, sogni e delusioni. A volte sono proprio ragioni molto semplici, persino banali, a determinare eventi enormi. Per questo, accanto alla documentazione, lascio sempre molto spazio al sentire e all’immaginazione, cercando di mettermi nelle condizioni umane dei personaggi. Anche perché, come sappiamo, la storia la scrive sempre chi vince”.

    Antonio Le Fosse, Steve Saint Leger e Nicola Sorcinelli ci mostrano attraverso una narrazione fluida condita da una colonna sonora contemporanea e sorprendente (curata da Michele Braga con la voce di Raiz, anche cantante della sigla di Mare fuori), il volto più nascosto di un’Italia fondata su contraddizioni che ancora oggi viviamo e respiriamo, un’Italia dai confini imprecisi, dagli accenti mischiati, dalle connotazioni fittizie e talvolta faziose. Un’Italia che mostra questo volto schizofrenico nel privato prima ancora che nelle questioni politiche, ché queste ultime, in fondo, non sono altro che un prodotto delle prime, proprio come quegli uomini e quelle donne che si sono fatti briganti e brigantesse per sfuggire e sottrarsi ai soprusi intimi, alla legge del padrone, a un’Italia che, ancora prima di nascere davvero, viene fuori dal sangue di molti per il benessere di pochi.

    Briganti

    Dopo l’interpretazione di Cosimo Giordano, ho avuto il piacere di vederla in altri panni, come in quelli di Roberto nel film Ma chi ti conosce? (Francesco Fanuele, 2024), o nella più recente serie Libera (Giuseppe Mazzella, 2026), cosa ci aspetta ora, da spettatori? Ha nuovi progetti in cantiere, cinematografici e non?

    “Mi piacerebbe raccontare le contraddizioni del nostro tempo attraverso i personaggi che lo abitano, reali o immaginari, che possano diventare in qualche modo simbolici di questa epoca.

    Sto lavorando, come sempre, ma per il momento non posso anticipare nulla. Posso dire soltanto che io lavoro sempre e non lavoro mai. Amo profondamente quello che faccio. Perché la recitazione non è l’arte di fingere, come molti pensano, ma la capacità di capire.

    È un atteggiamento che cerco di applicare in ogni aspetto della vita: che mi trovi a parlare con un carrozziere di Frosinone, un ingegnere del CERN, un cuoco di arepas o un bambino di cinque anni, cerco sempre di capire cosa muove chi ho davanti. In fondo, per me, il lavoro dell’attore comincia proprio lì”.

  • Caserta History Film Festival 2026, la storia diventa cinema: dodici documentari e un omaggio a Dario Fo

    Caserta History Film Festival 2026, la storia diventa cinema: dodici documentari e un omaggio a Dario Fo

    Dodici documentari finalisti, quattro città coinvolte e un omaggio a Dario Fo nel centenario della nascita. Dal 4 al 14 novembre 2026 torna il Caserta History Film Festival, la manifestazione internazionale dedicata al documentario storico promossa dall’Università degli Studi della Campania «Luigi Vanvitelli». Giunto alla seconda edizione, il festival propone un programma che comprende proiezioni, incontri con i registi, attività per gli studenti e laboratori dedicati alla produzione cinematografica. Caserta, Capua, Aversa e Piedimonte Matese ospiteranno gli appuntamenti di una rassegna che quest’anno amplia la propria presenza sul territorio, affiancando alle sale cinematografiche gli spazi dell’Archivio di Stato, all’interno della Reggia di Caserta. La direzione artistica è affidata al regista Luca Gianfrancesco, mentre quella esecutiva è curata dalla professoressa Lucia Monaco.

    La scelta di costruire un festival diffuso rappresenta uno degli elementi centrali dell’edizione 2026, che coincide con gli ottant’anni della Repubblica italiana. Il cinema documentario viene proposto come uno strumento per mettere in relazione i grandi avvenimenti del Novecento con le esperienze di chi li ha vissuti, attraverso immagini d’archivio, testimonianze e ricostruzioni biografiche. Il programma affronta questioni molto diverse, dalla memoria della Seconda guerra mondiale al disastro di Černobyl’, dalle trasformazioni del cinema italiano alle vicende delle comunità dimenticate. La manifestazione rientra nelle attività di Terza Missione e Impatto Sociale dell’Università Vanvitelli, con l’obiettivo di rendere accessibili al pubblico conoscenze e ricerche che spesso rimangono circoscritte agli ambienti accademici.

    How to Spell Empire di Markus Schlaffke
    How to Spell Empire di Markus Schlaffke

    Dario Fo protagonista della serata speciale, il programma dei film nelle quattro città

    L’appuntamento di maggiore richiamo è previsto lunedì 9 novembre alle 18:30 al Cinema Don Bosco di Caserta, dove sarà proiettato Dario Fo, l’ultimo Mistero Buffo, documentario diretto da Gianluca Rame. All’opera sarà assegnato il Premio Speciale Vanvitelli CHIFF 2026, nell’ambito delle celebrazioni per i cento anni dalla nascita dell’attore, drammaturgo e Premio Nobel per la Letteratura nel 1997. Alla serata parteciperanno Jacopo Fo, figlio dell’artista, e lo stesso Gianluca Rame, nipote di Franca Rame, che incontreranno il pubblico e ritireranno il riconoscimento. L’omaggio costituisce un’occasione per tornare sull’eredità di un autore che ha intrecciato teatro, satira e riflessione politica, utilizzando la scena come luogo di confronto con la storia e con le trasformazioni della società italiana.

    Il festival prenderà il via già il 4 novembre all’Auditorium Provinciale di Caserta, dove fino al 6 novembre saranno presentati, durante le mattinate, gli otto documentari italiani in concorso. Le proiezioni coinvolgeranno gli studenti delle scuole superiori, chiamati anche a partecipare alla valutazione delle opere attraverso una giuria dedicata. Dal 9 al 12 novembre il programma proseguirà nei cinema della provincia, con incontri aperti al pubblico dalle 9:00 alle 13:00 e la presenza degli autori. La scelta di affiancare alle visioni un momento di discussione intende favorire un rapporto diretto tra spettatori e registi, permettendo di approfondire il lavoro sulle fonti e le ragioni delle scelte narrative.

    Il 9 novembre, al Cinema Don Bosco di Caserta, saranno presentati Elvira Notari, oltre il silenzio di Valerio Ciriaci ed È giunta l’ora di Nicola Maria Tella, Alberto Sotis e Leandro Barichello. Il primo ricostruisce la figura di Elvira Notari, pioniera della regia cinematografica italiana, il cui lavoro è stato a lungo trascurato dalla storiografia. Il secondo parte dalla riscoperta dell’archivio del fotografo Nicola Scafidi per intrecciare memoria familiare e storia del cinema. Due opere accomunate dal recupero di materiali e testimonianze capaci di restituire visibilità a vicende che rischiavano di essere dimenticate.

    CHIFF - Bruno Oliviero e studenti
    CHIFF – Bruno Oliviero e studenti

    Martedì 10 novembre il festival raggiungerà il Cinema Ricciardi di Capua, dove saranno proiettati Madre Teresa a Roma di Antonio Farina e Achille Lauro – The Terror Cruise di Simone Manetti. Il documentario dedicato a Madre Teresa ripercorre il rapporto della religiosa con le periferie e la povertà della capitale, mentre quello di Manetti torna sul dirottamento della nave da crociera Achille Lauro nel 1985, ricostruendo l’esperienza delle persone coinvolte e la crisi diplomatica internazionale che ne seguì. La memoria individuale diventa, in entrambi i casi, una chiave di accesso a vicende dalle conseguenze ben più ampie.

    L’11 novembre sarà la volta del Cinema Vittoria di Aversa, con Fora Pal Mont di Lorena Trevisan e Michele Pastrello e Una vetrina che guarda il mare di Massimiliano Gallo. Il primo restituisce voce alle donne della Valcellina che, nei primi decenni del Novecento, lasciavano i propri paesi per dedicarsi al commercio ambulante. Il secondo racconta la storia della famiglia Marinella e di un’attività artigianale napoletana divenuta conosciuta anche a livello internazionale. Il programma italiano si concluderà il 12 novembre al Cinema Cotton Movie di Piedimonte Matese, con Cassino Then and Now di Paolo Ameli, dedicato alle vicende del fronte della linea Gustav nel 1944, e Riusciranno i nostri eroi, il cinema di Age & Scarpelli di Marco Spagnoli, incentrato sui due sceneggiatori che hanno contribuito a raccontare i cambiamenti dell’Italia attraverso la commedia.

    La memoria europea, i laboratori alla Reggia e i premi del 14 novembre

    La dimensione internazionale del Caserta History Film Festival è affidata a quattro documentari europei, che ampliano lo sguardo su alcune delle vicende più significative della storia contemporanea. Destiny or Will. Marusia di Vyacheslav Bihun attraversa un secolo di trasformazioni della Transcarpazia, nell’Ucraina occidentale, attraverso la vita di una donna. Echoes of Chornobyl di Lana Delaroche affronta la memoria del disastro nucleare e il ruolo di chi ne documentò le conseguenze. Con How to Spell Empire, Markus Schlaffke ricostruisce la storia dei prigionieri tatari nei campi tedeschi durante la Prima guerra mondiale, mentre The Spirit of Monastir di Eyal Boers segue un gruppo di studenti di architettura alla scoperta dell’eredità della comunità ebraica di Bitola, nella Macedonia del Nord. Quattro prospettive che interrogano il rapporto tra testimonianza, identità e conservazione della memoria.

    CHIFF - Lucia Monaco, direttrice esecutiva
    CHIFF – Lucia Monaco, direttrice esecutiva

    Al concorso internazionale si affianca ** Memoria Corta, la sezione riservata alle scuole italiane**, con cortometraggi di finzione e documentari dedicati ad argomenti storici o storico-artistici. L’attenzione verso i più giovani non si limita quindi alla loro presenza tra il pubblico, ma comprende anche il coinvolgimento diretto nella realizzazione e nella valutazione delle opere. Come sottolineato dalla direttrice esecutiva Lucia Monaco, il documentario può favorire l’incontro tra ricerca, formazione e partecipazione culturale, rendendo studenti e cittadini parte attiva nella costruzione di una memoria condivisa.

    Un altro nucleo del programma riguarda i processi creativi e produttivi del cinema. Martedì 10 novembre, dalle 15:00 alle 17:00, l’Archivio di Stato di Caserta, negli spazi della Reggia, ospiterà il workshop La scrittura infinita, condotto dall’autore e regista Paolo Guerrieri. A partire dal documentario Federico Faggin, l’uomo che vide il futuro, l’incontro approfondirà il passaggio dalla ricerca dei materiali alla scrittura e al montaggio, mostrando come la costruzione del racconto continui a trasformarsi durante la lavorazione di un film.

    Elvira Notari - Oltre il silenzio di Valerio Ciriaci
    Elvira Notari – Oltre il silenzio di Valerio Ciriaci

    Nella stessa sede, l’11 novembre dalle 15:00 alle 17:00, è prevista la masterclass Giuseppe Capobianco. Sulle tracce della memoria: il cinema come strumento della narrazione storica, con gli storici Giovanni Cerchia, dell’Università del Molise, e Francesca Canale Cama, dell’Università Vanvitelli. Il 13 novembre, sempre dalle 15:00 alle 17:00, l’attenzione si sposterà sulle opportunità offerte dalla Campania alle produzioni audiovisive, con un incontro dedicato agli incentivi regionali e al cineturismo. Interverranno Maurizio Gemma, della Film Commission Regione Campania, e Claudia Liguori, responsabile dell’area comunicazione, con un approfondimento sulla piattaforma digitale Let’s Movie.

    La cerimonia conclusiva è fissata per sabato 14 novembre alle 18:30 al Rettorato dell’Università Vanvitelli di Caserta. Saranno assegnati i riconoscimenti per il miglior documentario italiano, la fotografia, il montaggio e la ricerca d’archivio, insieme al Premio Università Vanvitelli e al Premio Giovani. Verranno inoltre premiate le opere vincitrici delle sezioni europea e Memoria Corta. La serata chiuderà undici giorni di attività che, attraverso il cinema, avranno messo in relazione generazioni, luoghi e testimonianze differenti, confermando la volontà dell’Università di fare del documentario storico uno strumento di partecipazione culturale aperto all’intero territorio.

  • San Francesco al cinema, da Rossellini a Cavani: film e incontri in Umbria e a Roma per gli 800 anni dalla morte

    San Francesco al cinema, da Rossellini a Cavani: film e incontri in Umbria e a Roma per gli 800 anni dalla morte

    Il cinema torna a raccontare san Francesco d’Assisi nell’anno dell’ottavo centenario della sua morte, mettendo a confronto le rappresentazioni che hanno attraversato oltre settant’anni di storia cinematografica. Prosegue fino al 19 dicembre 2026 Fratello schermo, sorella luce, la rassegna promossa dall’associazione culturale Liberare la Bellezza nell’ambito della quarta edizione del Festival Cinema dell’Anima. Il progetto, curato dal regista e studioso del sacro Alberto Di Giglio, coinvolge Perugia, Assisi, Todi, Norcia e Roma attraverso proiezioni, incontri e appuntamenti musicali. Dopo l’avvio delle iniziative nel mese di ottobre, il programma di novembre e dicembre propone opere di Roberto Rossellini, Liliana Cavani e Franco Zeffirelli accanto a film più recenti, offrendo al pubblico l’opportunità di osservare come la figura del santo sia stata interpretata da autori appartenenti a epoche e sensibilità differenti.

    L’interesse della manifestazione risiede proprio nella possibilità di accostare rappresentazioni cinematografiche profondamente diverse. Francesco non è stato soltanto un personaggio religioso, ma anche una figura capace di attraversare il cinema come simbolo di povertà, libertà, confronto con il potere e ricerca spirituale. I registi hanno privilegiato, di volta in volta, la dimensione storica, l’esperienza mistica, i rapporti con i compagni oppure il carattere rivoluzionario delle sue scelte. Il percorso proposto dalla rassegna permette di riconoscere queste differenze senza ridurle a un’unica immagine del santo, trasformando le proiezioni in occasioni di confronto tra linguaggi artistici e periodi storici.

    Fratello schermo, sorella luce
    Fratello schermo, sorella luce

    I grandi maestri del cinema raccontano Francesco: da Cavani a Rossellini

    Uno dei nuclei principali della programmazione riguarda le due interpretazioni di Liliana Cavani, realizzate a oltre vent’anni di distanza. Sabato 7 novembre, alle 17:30, il convento di Montesanto a Todi ospiterà Francesco di Assisi, film televisivo del 1966 interpretato da Lou Castel, presentato nella versione restaurata. L’opera appartiene alla prima stagione della regista e restituisce un Francesco capace di mettere in discussione le convenzioni del proprio tempo, attraverso una rappresentazione che dialoga anche con le inquietudini culturali degli anni Sessanta. Sabato 14 novembre, alle 21:00, la sala Digipass di Norcia proporrà invece Francesco del 1989, con Mickey Rourke protagonista. Il film, già presentato a Todi il 31 ottobre, offre una lettura più articolata della vicenda umana e spirituale del santo, soffermandosi sulle difficoltà e sulle contraddizioni che accompagnano il suo percorso.

    Il confronto tra i classici proseguirà al cinema Nido dell’Aquila di Todi con due film che hanno lasciato tracce importanti nella storia delle rappresentazioni francescane. Giovedì 26 novembre, alle 18:00, sarà proiettato Fratello sole, sorella luna di Franco Zeffirelli, uscito nel 1972 e caratterizzato da una forte componente visiva e musicale. Il 3 dicembre, sempre alle 18:00 e nella stessa sala, sarà invece la volta di Francesco giullare di Dio, diretto da Roberto Rossellini nel 1950 e proposto in versione restaurata. Quest’ultimo, ispirato ai Fioretti, privilegia una narrazione essenziale, affidando a piccoli episodi della vita della prima comunità francescana il compito di restituire la dimensione spirituale del racconto. Entrambe le proiezioni saranno accompagnate dalla presentazione dello scrittore e regista Luigi Boneschi, offrendo un’occasione di approfondimento sulle scelte espressive dei due autori.

    Il sogno di Francesco
    Il sogno di Francesco

    Le interpretazioni contemporanee e gli incontri fino al 19 dicembre

    Accanto ai classici, la rassegna dedica spazio a un cinema che affronta la vicenda francescana attraverso prospettive differenti. Sabato 28 novembre, al Ridotto del Teatro Metastasio di Assisi, sarà presentato Il sogno di Francesco, film del 2016 diretto da Renaud Fély e Arnaud Louvet, con Elio Germano nel ruolo del santo e Alba Rohrwacher in quello di Chiara. La storia si concentra sul difficile rapporto tra gli ideali della prima comunità francescana e le esigenze di riconoscimento da parte della Chiesa, dando particolare rilievo al confronto tra Francesco ed Elia da Cortona. L’opera sarà proposta nuovamente giovedì 17 dicembre, alle 18:00, al cinema Nido dell’Aquila di Todi.

    Una prospettiva ancora diversa emerge da La leggenda dei tre compagni, il film del 2026 scritto e diretto da Arnaldo Casali, con Francesco Salvi nei panni di san Francesco. L’opera, presentata in prima assoluta a Terni lo scorso 3 ottobre, ricostruisce alcuni episodi della vita del santo attraverso le testimonianze dei suoi compagni Leone, Rufino e Angelo. La scelta di utilizzare anche il registro della commedia intende valorizzare una dimensione spesso meno esplorata dal cinema francescano: l’ironia, la quotidianità e la capacità di affrontare le difficoltà attraverso la letizia. Nel cast figura anche Fabio Bussotti nel ruolo di frate Leone, accanto a Moni Ovadia, Max Cavallari e Stefano Chiodaroli. Il film sarà proiettato il 10 dicembre alle 18:00 al cinema Nido dell’Aquila di Todi e tornerà in programma per la serata conclusiva della manifestazione.

    La rassegna comprende anche appuntamenti che mettono in dialogo cinema, musica e arti figurative. Sabato 5 dicembre, alle 17:30, il convento di Montesanto di Todi ospiterà Ti cerco nel mondo, concerto per chitarra acustica del cantautore Francesco Rainero, vincitore del concorso nazionale Il mio cantico libero con la canzone Rosario. Seguirà l’incontro Ascoltare l’arte… la soglia dello stupore, affidato alla storica dell’arte Roberta Tosi. L’iniziativa amplia il percorso cinematografico attraverso due linguaggi capaci di confrontarsi con gli stessi interrogativi spirituali e culturali presenti nelle opere proiettate.

    La leggenda dei tre compagni
    La leggenda dei tre compagni

    La conclusione è prevista sabato 19 dicembre, alle 20:30, all’Oratorio del Caravita di Roma, luogo affidato ai Padri Gesuiti della Comunità di Sant’Ignazio. La serata proporrà La stella di Greccio e, a seguire, La leggenda dei tre compagni, entrambi diretti da Arnaldo Casali. Il primo film è dedicato alla nascita della tradizione del presepe, legata all’iniziativa di Francesco a Greccio nel Natale del 1223; il secondo ne approfondisce il percorso umano attraverso le memorie dei confratelli. Un accostamento che chiude idealmente il programma riportando l’attenzione sul rapporto tra la figura storica del santo e i racconti tramandati nei secoli.

    Promosso con il patrocinio e il sostegno del Comitato nazionale per l’ottavo centenario della morte di san Francesco, il progetto coinvolge luoghi di rilevanza culturale e spirituale, dai cinema storici umbri ai conventi fino all’Oratorio del Caravita. La manifestazione gode inoltre del patrocinio gratuito dell’Arcidiocesi di Perugia e dei Comuni di Perugia, Assisi, Todi e Norcia. Attraverso opere realizzate in epoche molto differenti, Fratello schermo, sorella luce propone una riflessione sul rapporto tra cinema e spiritualità, mostrando come la storia di Francesco continui a offrire ai registi occasioni per interrogarsi sull’esperienza umana, sulle relazioni e sul significato delle scelte individuali.

  • E’ morto Patrick Stewart e con lui i suoi personaggi iconici: il professor Xavier di X-Men e il capitano Picard di Star Trek

    E’ morto Patrick Stewart e con lui i suoi personaggi iconici: il professor Xavier di X-Men e il capitano Picard di Star Trek

    Il 28 ottobre il mondo del cinema ha detto addio a Patrick Stewart, passato alle cronache per il ruolo di Jean-Luc Picard in Star Trek e quello del professor Charles Xavier in X-Men. Patrick Stewart non è però solo l’attore noto ai più per questi ruoli, ma, in primis, un interprete teatrale solido, con una vita illuminata fin dalla più tenera età dalle luci del mondo dello spettacolo. L’artista britannico nasce il 13 luglio del 1940 a Mirfield, West Riding of Yorkshire. Ultimo di tre figli, cresce in una famiglia piuttosto umile, madre operaia e padre militare. La figura del padre pare segnare tutta la prima fase dell’esistenza del giovane Patrick, che cerca, appena possibile, di uscire dalla sua ombra.

    Dall’infanzia al teatro shakespeariano

    Nella sua giovinezza, Stewart frequenta la Crowless Junior and Infant School, dove ha il primo incontro con il teatro. Racconta infatti che proprio qui il suo insegnante di inglese, intuendone la predisposizione, gli mette in mano una copia di Shakespeare e gli dice: “Ora alzati in piedi e recita”. Così, dopo un periodo presso il Library Theatre di Manchester, dal 1966 al 1982 diventa membro della Royal Shakespeare Company, avviando la sua carriera da attore teatrale.

    Patrick Stewart

    Il successo con Star Trek e il capitano Jean-Luc Picard

    Nel corso degli anni Ottanta, partecipa a diverse soap opera, inaugurando il versante televisivo del suo percorso attoriale. Non abbandona però mai il teatro, e, anzi, proprio per trovare i finanziamenti per la messa in scena dello spettacolo “Chi ha paura di Virginia Woolf?”, inizia a lavorare a Hollywood. Persuaso dai suoi agenti, a loro volta convinti di un netto fallimento della serie di Star Trek, decide di firmare il contratto per sei anni, nel ruolo di Jean-Luc Picard. A conferma dell’anonimato con cui Stewart entra nelle prime scene di “Star Trek: The Next Generation” (1987), c’è una dichiarazione del Los Angeles Times, che lo definisce uno “sconosciuto attore britannico shakespeariano”. Nessuno immaginava che proprio quello “sconosciuto” sarebbe passato alla storia nei fortunati panni del Capitano Picard.

    Nel 1995, viene candidato allo Screen Actors Guild Awards nella categoria di “migliore attore in una serie drammatica” e nel 1996 gli viene assegnata una delle rinomate stelle nella Hollywood Walk of Fame. Questa identificazione immediata nell’immaginario e nella memoria del pubblico con il personaggio di Picard però ha fatto sì che per lungo tempo Stewart abbia riscontrato delle difficoltà nel ricoprire altri ruoli di rilievo in produzioni hollywoodiane.

    Patrick Stewart

    X-Men e il ruolo del professor Charles Xavier

    L’eccezione arriva con “X-Men” (2000). Qui Stewart si cala nei panni del professor Charles Xavier, a detta sua tanto simile a Picard e anche alla sua stessa conformazione fisica da definirlo un “calvo ragazzone inglese con una voce profonda”.

    Il doppiaggio, l’impegno sociale e l’ultimo saluto

    Per il progetto complessivo di X-Men Stewart si spende anche come doppiatore, in diversi suoi videogiochi. La sua carriera nel mondo del doppiaggio è piuttosto florida, e lo vede prestare la sua voce anche nei doppiaggi inglesi degli anime giapponesi “Nausicaa della Valle del vento” (1984) di Hayao Miyazaki e “Steamboy” (2004). Ha poi partecipato come Guest Star in due episodi de I Simpson, “Homer il grande” e “Il favoloso Barter”. Dal 2006, inoltre, diventa testimonial per Amnesty International e Refuge, portando la sua testimonianza nell’ambito delle violenze domestiche e dei soprusi, e difendendo così la causa di donne maltrattate.

    Patrick Stewart

    Malgrado il vuoto lasciato appena due giorni fa, dato dal decesso improvviso nella sua casa di Los Angeles a 86 anni per diverse complicanze dovute alla malattia di Alzheimer e alla demenza a corpi di Lewy, potremo essere in parte confortati dalla sua presenza in “Avengers: Doomsday”, che uscirà nelle sale nel dicembre 2026. Avremo così modo di rivederlo in azione, almeno per un’ultima, prima volta.

  • Coven Academy, Disney conferma la seconda stagione: oltre 20 milioni di ore viste in tre settimane

    Coven Academy, Disney conferma la seconda stagione: oltre 20 milioni di ore viste in tre settimane

    Disney ha ufficialmente rinnovato Coven Academy per una seconda stagione, a meno di quattro settimane dal debutto del drama soprannaturale dedicato al pubblico adolescente. La decisione, comunicata lunedì 26 ottobre 2026, arriva dopo risultati particolarmente positivi sulle piattaforme streaming: nei primi 21 giorni di disponibilità, la produzione ha totalizzato 20,3 milioni di ore di visualizzazione a livello globale su Disney+ e Hulu, affermandosi come una delle nuove proposte più seguite dai giovanissimi. La serie, ideata da Tim Federle, autore di High School Musical: The Musical: The Series, continuerà dunque a raccontare le vicende delle giovani protagoniste dell’accademia di magia Crescent Veil, ambientata a New Orleans. Federle resterà coinvolto nella produzione esecutiva dei nuovi episodi, mentre Disney non ha ancora annunciato una data di uscita né comunicato quando inizieranno le riprese.

    Il rinnovo assume particolare rilievo per la rapidità con cui è stato deciso. Coven Academy ha esordito il 1° ottobre sulla rete americana Freeform, prima di approdare il giorno successivo su Disney+ e Hulu con l’intera stagione disponibile. Secondo i dati Nielsen diffusi in occasione dell’annuncio, durante il fine settimana del debutto la serie è risultata la più vista in streaming tra gli spettatori di età compresa fra 12 e 17 anni, entrando inoltre nelle prime cinque posizioni della classifica generale per visualizzazioni. Un risultato che ha consentito alla produzione di conquistare il proprio pubblico di riferimento fin dall’esordio, sostenendo la scelta di proseguire il racconto. La risposta degli spettatori è stata accompagnata da una distribuzione pensata per raggiungere anche chi frequenta abitualmente piattaforme differenti da quelle televisive tradizionali.

    Coven Academy

    Il successo di Coven Academy passa anche dai social

    Uno degli elementi distintivi del progetto riguarda la struttura della prima stagione, composta da 21 capitoli di durata contenuta, generalmente compresa tra 10 e 22 minuti. La scelta si discosta dalla costruzione più convenzionale delle serie adolescenziali, che spesso sviluppano gli episodi attraverso durate decisamente superiori. Federle aveva spiegato di voler conservare l’ampiezza narrativa di una stagione televisiva tradizionale, suddividendola però in segmenti più rapidi, capaci di mantenere continuità tra i diversi archi narrativi e favorire la visione consecutiva. L’obiettivo era offrire una storia articolata senza vincolarla ai ritmi della programmazione televisiva classica, lasciando che ogni capitolo diventasse parte di un racconto più esteso.

    La strategia ha coinvolto direttamente anche TikTok, Instagram e YouTube, dove il primo episodio è stato reso disponibile gratuitamente. La diffusione sui social ha generato ulteriori 30 milioni di visualizzazioni, un dato distinto dalle ore complessive registrate su Disney+ e Hulu, ma significativo per comprendere la capacità promozionale del progetto. La pubblicazione di un contenuto narrativo completo, anziché limitarsi a trailer e materiali pubblicitari, ha permesso agli utenti di entrare immediatamente nella storia e conoscere i protagonisti. Non è possibile stabilire quanti spettatori abbiano successivamente proseguito la visione sulle piattaforme streaming, ma l’operazione mostra come Disney abbia cercato di costruire un percorso di distribuzione adatto alle abitudini del pubblico più giovane. Il rinnovo rappresenta anche un riconoscimento dei risultati raggiunti attraverso questa impostazione.

    Coven Academy

    La storia delle giovani streghe continuerà nella seconda stagione

    Ambientata in una New Orleans attraversata da rivalità soprannaturali e antichi segreti, Coven Academy segue un gruppo di adolescenti impegnati a comprendere e controllare i propri poteri all’interno di un prestigioso collegio di magia. Al centro della storia c’è Briar, interpretata da Malina Pauli Weissman, una ragazza newyorkese dal carattere indipendente che scopre di essere una strega e si ritrova coinvolta in vicende ben più complesse della normale vita scolastica. Il suo percorso si intreccia con quello di Sasha, interpretata da Jordan Leftwich, dotata della capacità di leggere i pensieri, e Tegan, alla quale presta il volto Ora Duplass, una giovane strega capace di manipolare il tempo. Le relazioni tra le protagoniste si sviluppano sullo sfondo di conflitti soprannaturali, legami sentimentali e segreti familiari che mettono continuamente alla prova la loro fiducia reciproca.

    Tra gli altri personaggi principali figurano Jake, interpretato da Malachi Barton, uno stregone dal carattere enigmatico, e Ollie, interpretato da Louis Thresher, un vampiro recentemente trasformato. A dirigere l’istituto è Miss Graves, interpretata da Tiffani Thiessen, mentre Devon Sawa partecipa alla prima stagione nel ruolo del professor Cole. La presenza di figure appartenenti a generazioni differenti consente alla narrazione di alternare le questioni legate all’adolescenza con una mitologia più ampia, nella quale il passato dell’accademia continua a influenzare il presente. Proprio questa combinazione tra formazione personale, mistero e relazioni sentimentali costituisce la base narrativa sulla quale Federle ha costruito la serie.

    Coven Academy

    Il creatore aveva raccontato di aver sviluppato l’idea dopo un incontro con Ayo Davis, responsabile di Disney Kids & Family, al quale aveva illustrato il desiderio di realizzare una storia dedicata alle streghe. L’assenza di un franchise preesistente gli aveva consentito di lavorare con una maggiore libertà creativa, arrivando a completare rapidamente la prima versione dell’episodio pilota. Il progetto è stato successivamente prodotto dalla sua Chorus Boy Productions in collaborazione con Disney Kids & Family, con Darren Swimmer, Todd Slavkin, Amanda Row e Bronwyn North-Reist coinvolti nella produzione esecutiva.

    La conferma della seconda stagione garantisce continuità alla storia, ma lascia ancora aperte diverse questioni produttive. Disney non ha comunicato il numero dei nuovi episodi, né chiarito se verrà mantenuta integralmente la formula dei capitoli brevi adottata per il debutto. Restano da ufficializzare anche il calendario delle riprese e la data di distribuzione. Il risultato ottenuto dalla prima stagione offre comunque alla società un’indicazione concreta: una produzione fantasy originale, priva del sostegno iniziale di un marchio cinematografico già affermato, è riuscita a costruire rapidamente un pubblico attraverso una combinazione di racconto seriale, distribuzione streaming e diffusione sui social.

  • Elon Musk, l’Odissea realizzata con l’intelligenza artificiale divide il pubblico: critiche ai primi sette minuti

    Elon Musk, l’Odissea realizzata con l’intelligenza artificiale divide il pubblico: critiche ai primi sette minuti

    L’Odissea di Elon Musk realizzata con l’intelligenza artificiale è arrivata su X, ma l’accoglienza dei primi sette minuti è stata prevalentemente negativa. Venerdì 23 ottobre 2026, l’account ufficiale di Grok Imagine ha pubblicato il primo episodio del progetto ispirato al poema di Omero, sviluppato attraverso gli strumenti generativi di xAI in collaborazione con Wonder Studios e il regista Dev Walker. Il filmato rappresenta il primo risultato pubblico dell’iniziativa annunciata dall’imprenditore durante l’estate, quando aveva promesso un lungometraggio capace di offrire una versione storicamente accurata dell’opera, in contrapposizione all’adattamento cinematografico diretto da Christopher Nolan. A tre mesi da quelle dichiarazioni, tuttavia, il materiale presentato consiste in un episodio di circa sette minuti, accolto da numerosi commenti critici per la resa dei personaggi, l’interpretazione delle voci e la costruzione delle sequenze narrative.

    La pubblicazione arriva dopo una lunga polemica alimentata dallo stesso Musk nei confronti delle scelte artistiche di Nolan. L’imprenditore aveva contestato soprattutto la presenza di Lupita Nyong’o ed Elliot Page nel cast, sostenendo che alcune decisioni del regista fossero influenzate dai criteri di inclusione adottati dall’industria cinematografica americana. La discussione si era sviluppata prima dell’uscita nelle sale di The Odyssey, accompagnata dalla promessa di realizzare attraverso Grok Imagine un’alternativa più rispettosa, secondo Musk, del materiale originale. Il film di Nolan, distribuito a luglio, ha intanto superato 1,78 miliardi di dollari di incassi mondiali, diventando il maggiore successo commerciale della carriera del regista. Un risultato che rende ancora più evidente la differenza tra un kolossal cinematografico già completato e un progetto generativo del quale è stata mostrata soltanto una prima parte.

    Odissea di Elon Musk

    L’Odissea di Grok: immagini convincenti, ma la narrazione non convince

    Il primo episodio segue Ulisse nei momenti che precedono la partenza per la guerra di Troia, alternando scene ambientate a Itaca, dialoghi con Penelope e immagini dell’esercito greco impegnato nella spedizione. Compaiono anche sequenze dedicate a Telemaco, il figlio dell’eroe, mentre cresce durante l’assenza del padre. Sul piano visivo, alcune ricostruzioni degli ambienti e delle flotte mostrano i progressi compiuti dai sistemi di generazione video, capaci di produrre immagini dall’aspetto cinematografico e composizioni particolarmente elaborate. Le difficoltà diventano però evidenti quando entrano in gioco le interazioni tra i personaggi e la necessità di mantenere continuità tra le inquadrature.

    Le critiche pubblicate nelle ore successive hanno riguardato soprattutto l’inespressività dei volti, la scarsa naturalezza dei movimenti e il rapporto tra dialoghi e immagini. Diverse valutazioni hanno sottolineato come le sequenze, pur essendo visivamente curate, fatichino a costruire un coinvolgimento emotivo. Anche la caratterizzazione dei protagonisti risulta problematica: i personaggi appaiono talvolta poco distinguibili e la loro resa visiva non mantiene sempre la stessa coerenza. Il risultato ricorda in alcuni passaggi una successione di immagini promozionali, più che una narrazione nella quale gli eventi si sviluppano attraverso le azioni e le scelte dei protagonisti. Non sono mancate valutazioni positive sulla qualità tecnica di alcune scene, ma l’accoglienza complessiva è stata segnata da giudizi severi, condivisi anche da spettatori generalmente favorevoli alle potenzialità dell’intelligenza artificiale.

    Elon Musk
    Elon Musk

    L’aspetto più interessante della vicenda riguarda proprio il cambiamento delle aspettative del pubblico. Fino a poco tempo fa, ottenere attraverso un sistema generativo ambientazioni realistiche e personaggi apparentemente credibili rappresentava già un risultato capace di attirare attenzione. Oggi quella qualità visiva, da sola, sembra non essere più sufficiente. Gli spettatori chiedono ai contenuti realizzati con l’AI la stessa continuità narrativa, espressività e coerenza che si aspettano da una produzione cinematografica tradizionale. Il filmato di Grok mostra quanto possa essere ampio il divario tra la capacità di generare una singola inquadratura efficace e quella di raccontare una storia attraverso scene collegate, personaggi riconoscibili e dialoghi convincenti.

    La promessa di fedeltà storica e i dubbi sollevati da Grok

    Alle osservazioni sulla qualità del filmato si aggiunge una contraddizione legata all’obiettivo dichiarato da Musk. Secondo una verifica pubblicata dalla rivista americana Wired, interrogato direttamente sulla fedeltà storica dell’episodio, lo stesso chatbot Grok ha riconosciuto che la produzione non può essere considerata una ricostruzione storicamente accurata. Tra gli elementi evidenziati figurano l’utilizzo dell’inglese moderno nei dialoghi e alcune rappresentazioni militari non corrispondenti alle ricostruzioni convenzionali dell’epoca. Il sistema ha inoltre ricordato che l’Odissea appartiene alla tradizione mitologica e letteraria, non alla documentazione storica di eventi effettivamente accertati.

    Odissea di Elon Musk

    La distinzione è tutt’altro che secondaria. Il poema attribuito a Omero intreccia riferimenti al mondo greco antico, elementi mitologici e tradizioni risalenti a periodi differenti. Chiedere a un adattamento cinematografico di essere fedele al testo significa quindi affrontare una questione diversa rispetto alla ricostruzione storica di un avvenimento documentato. Anche per questa ragione, il confronto promosso da Musk con Nolan appare difficile da sostenere esclusivamente sul terreno dell’accuratezza. Il film generato con Grok adotta a sua volta convenzioni narrative e visive contemporanee, senza che questo rappresenti necessariamente un difetto artistico. Diventa però rilevante quando il progetto viene presentato pubblicamente come una risposta alle presunte infedeltà dell’adattamento precedente.

    Rimane infine aperta la questione del completamento dell’opera. L’annuncio iniziale di Musk riguardava un lungometraggio da realizzare entro la fine del 2026, mentre il materiale diffuso il 23 ottobre viene presentato come il primo episodio di una serie. Non sono stati comunicati un calendario completo delle successive pubblicazioni né dettagli sufficienti per stabilire quale parte della lavorazione sia stata gestita direttamente dall’intelligenza artificiale e quale attraverso l’intervento creativo degli specialisti coinvolti. La collaborazione con Wonder Studios e Dev Walker conferma infatti la presenza di professionisti nella realizzazione del progetto, senza consentire di attribuire automaticamente ogni decisione artistica al sistema generativo. Per valutare il risultato finale sarà necessario conoscere l’effettiva forma dell’opera completa. I primi sette minuti, intanto, hanno già mostrato un limite concreto: la produzione di immagini spettacolari non garantisce, da sola, la riuscita di un racconto cinematografico.

  • The One About Matthew Perry, recensione: su Netflix il dolore dietro il sorriso di Chandler

    The One About Matthew Perry, recensione: su Netflix il dolore dietro il sorriso di Chandler

    Matthew Perry torna al centro del racconto televisivo con The One About Matthew Perry, la docuserie in tre episodi disponibile su Netflix dal 27 ottobre 2026, a tre anni dalla morte dell’attore, scomparso a 54 anni per gli effetti acuti della ketamina. Diretta da Mary Robertson, già autrice di Quiet on Set: The Dark Side of Kids TV, la produzione ripercorre la carriera dell’indimenticabile Chandler Bing di Friends, ma sceglie di dedicare particolare attenzione alle persone che hanno condiviso con lui i periodi più difficili. Non è una ricostruzione costruita attorno alle rivelazioni sulle circostanze della morte, né un semplice omaggio alla popolarità di uno dei volti più amati della televisione americana. Il documentario affronta soprattutto le conseguenze di una dipendenza durata decenni, osservandole attraverso i ricordi, i dubbi e il dolore di chi ha cercato di sostenere Perry senza riuscire a sottrarlo definitivamente alla malattia.

    La prospettiva acquista consistenza nelle testimonianze di chi ha conosciuto l’attore lontano dai riflettori. Mia Perry Bowick, sorellastra minore di Matthew, rappresenta una delle presenze emotivamente più importanti della docuserie. Cresciuta con un fratello già avviato verso la celebrità, racconta il rapporto con una persona la cui vita privata era spesso impossibile da separare dall’immagine pubblica. Particolarmente significativo è il ricordo della scoperta di uno dei suoi primi ricoveri in riabilitazione attraverso un titolo della stampa scandalistica. Un episodio che restituisce la dimensione più invasiva della notorietà, capace di sottrarre persino ai familiari il controllo sulle informazioni riguardanti una sofferenza personale. La successiva scelta di Mia di diventare psicoterapeuta aggiunge un ulteriore elemento al racconto, mostrando quanto l’esperienza vissuta accanto al fratello abbia influito anche sul suo percorso.

    The One About Matthew Perry

    La dipendenza raccontata da chi è rimasto accanto a Matthew Perry

    Uno degli aspetti più interessanti del documentario riguarda il ruolo assegnato alle persone che hanno accompagnato Perry nelle diverse fasi della sua esistenza. Roger Castillo e David Pressman, amici degli anni precedenti al successo, restituiscono il ricordo di un giovane attore ancora impegnato a trovare il proprio posto a Hollywood. Le loro testimonianze permettono di ricostruire una parte della vita di Perry che precede la fama internazionale e che spesso rimane marginale nei racconti dedicati alle grandi star. A queste si aggiungono le parole di Tim Harrington, conosciuto durante un percorso di recupero dalla dipendenza e successivamente ospitato per un periodo nella casa dell’attore, e di West Huddleston, coinvolto insieme a Perry nelle iniziative di sensibilizzazione sulle dipendenze e sulla giustizia terapeutica.

    La questione centrale non riguarda quanto fosse difficile per Perry convivere con il successo, ma cosa significasse per gli altri assistere alla sua sofferenza senza poterla risolvere. È una distinzione che permette al documentario di affrontare la dipendenza evitando di ridurla alla contraddizione, ormai frequentemente raccontata, tra celebrità e infelicità. Le persone intervistate ricordano un uomo capace di generosità, profondamente legato agli amici e impegnato ad aiutare chi affrontava problemi simili ai suoi. Nello stesso tempo emerge la difficoltà di sostenere una persona esposta a continue ricadute, senza sapere fino a che punto intervenire e quali comportamenti potessero realmente essere d’aiuto. La regista lascia spazio a questa incertezza, evitando di trasformare ogni testimonianza in una ricerca retrospettiva di colpevoli. Il dolore dei familiari non viene utilizzato per costruire una spiegazione definitiva della tragedia, ma per mostrare quanto possano essere complessi i rapporti segnati da una malattia cronica.

    The One About Matthew Perry

    La scelta di affidare il racconto a figure relativamente lontane dalla notorietà hollywoodiana comporta anche una rinuncia evidente. Nessuno dei cinque protagonisti superstiti di Friends partecipa con una nuova intervista alla docuserie, così come mancano numerosi attori e autori che hanno lavorato con Perry nel corso della carriera. Per chi si aspetta una ricostruzione approfondita della nascita di Chandler Bing, dei rapporti sul set o dell’eredità artistica della sitcom, questa assenza può rappresentare una delusione. Eppure il documentario trova una parte della propria identità proprio nel tentativo di sottrarre spazio alla celebrazione televisiva. L’interesse si concentra su persone che non hanno bisogno di raccontare il mito di Friends, perché conservano ricordi legati a una quotidianità meno conosciuta. La scelta permette di osservare Perry come fratello, amico e compagno, dimensioni spesso oscurate dal personaggio che lo ha reso famoso.

    Tre episodi per una storia che avrebbe meritato maggiore sintesi

    La principale debolezza di The One About Matthew Perry emerge dalla gestione del materiale biografico. Le circa tre ore complessive alternano testimonianze personali di notevole intensità a passaggi molto più convenzionali, costruiti attraverso filmati d’archivio, apparizioni televisive e ricostruzioni della carriera. La produzione ripercorre inevitabilmente il successo di Friends, gli altri lavori cinematografici e televisivi e alcuni episodi già raccontati dallo stesso Perry nelle interviste pubbliche e nell’autobiografia Friends, Lovers, and the Big Terrible Thing. Questi materiali permettono a chi conosce poco l’attore di orientarsi nella sua storia, ma rallentano lo sviluppo della componente più interessante. I ricordi di familiari e amici finiscono talvolta per essere interrotti da informazioni che il pubblico ha avuto numerose occasioni di conoscere negli anni.

    The One About Matthew Perry

    Il problema riguarda soprattutto la selezione delle testimonianze. Quando Robertson lascia parlare le persone più vicine a Perry, il documentario riesce ad affrontare questioni difficili senza ricorrere a un linguaggio sensazionalistico. Quando invece torna a spiegare il successo della sitcom o a riproporre episodi celebri della carriera, la narrazione perde parte della propria specificità. Anche alcuni interventi legati alle relazioni sentimentali dell’attore sembrano cercare una vivacità aneddotica non sempre necessaria. Una maggiore concentrazione sul rapporto tra Perry e le persone che lo hanno accompagnato avrebbe probabilmente restituito un racconto più compatto, lasciando alle immagini d’archivio una funzione di raccordo anziché di ricostruzione biografica sistematica.

    La regia trova la propria misura migliore nell’approccio alle testimonianze più dolorose. I ricordi della sorella, degli amici e delle persone incontrate durante i percorsi di recupero offrono uno sguardo che non cerca di assolvere Perry da ogni responsabilità personale, ma neppure pretende di giudicare dall’esterno una vicenda segnata da una lunga malattia. Il documentario riconosce il valore delle sue iniziative per aiutare altre persone con dipendenze, evitando che l’ultima fase della vita cancelli automaticamente ciò che aveva costruito. È un elemento essenziale per comprendere l’eredità dell’attore al di fuori del suo lavoro nello spettacolo: Perry aveva scelto di parlare pubblicamente dei propri problemi, trasformando parte della sua esperienza in un impegno rivolto agli altri.

    The One About Matthew Perry

    The One About Matthew Perry convince soprattutto quando rinuncia a spiegare il personaggio pubblico e permette di conoscere l’uomo attraverso chi gli è stato vicino. Le testimonianze più intime danno alla produzione una profondità che le consuete ricostruzioni televisive delle vite delle celebrità raramente raggiungono. Rimane il limite di un montaggio che concede troppo spazio a materiali già conosciuti, disperdendo in tre episodi una storia che avrebbe potuto trovare maggiore forza in una durata inferiore. Il risultato è un documentario rispettoso e spesso commovente, il cui contributo più significativo consiste nel raccontare quanto sia doloroso continuare ad amare qualcuno anche quando nessun aiuto sembra sufficiente a salvarlo.

  • È andata così, la commedia di Gianni Zanasi sulla famiglia che non riesce a stare insieme

    È andata così, la commedia di Gianni Zanasi sulla famiglia che non riesce a stare insieme

    Gianni Zanasi torna al cinema con È andata così, una commedia corale che mette in discussione l’idea di famiglia attraverso la convivenza forzata di quattro adulti incapaci di trovare un equilibrio nelle proprie vite. Presentato il 18 ottobre nella sezione Grand Public della ventunesima Festa del Cinema di Roma, il film sarà distribuito nelle sale italiane da Vision Distribution a partire dal 26 novembre 2026. Protagonista è Valentina Lodovini, affiancata da Valerio Mastandrea, Michele Riondino e Leonardo Lidi, in una storia ambientata nella campagna della Tuscia. Dopo War – La guerra desiderata, uscito nel 2022, il regista torna a concentrarsi sulle contraddizioni dei rapporti personali, scegliendo una commedia che alterna situazioni grottesche e momenti drammatici. Al centro della narrazione c’è una domanda meno semplice di quanto possa apparire: che cosa rende davvero una famiglia capace di prendersi cura dei propri figli?

    Cecilia, interpretata da Lodovini, cresce due figli e cerca di mantenere in piedi un’esistenza già compromessa dai debiti e dalla chiusura del ristorante ricavato nel suo casolare. Il ritrovamento di un affresco etrusco ha interrotto l’attività, aggravando una situazione economica precaria. A complicare ulteriormente le cose arriva la crisi della figlia sedicenne Elisa, interpretata da Alma Teresa Giardina, che compie un gesto autolesivo dopo una delusione sentimentale. L’intervento dei servizi sociali mette in discussione la capacità della madre di garantire alla ragazza un ambiente adeguato. Cecilia si trova così a dover dimostrare di poter offrire stabilità proprio quando la propria vita sembra esserne completamente priva. La soluzione individuata è tanto improbabile quanto rappresentativa dell’universo narrativo di Zanasi: riunire sotto lo stesso tetto i tre uomini con i quali ha condiviso le relazioni più importanti.

    E' andata così

    Una famiglia improvvisata che deve imparare a collaborare

    I tre uomini chiamati a convivere con Cecilia rappresentano altrettanti modi di affrontare il fallimento personale. Christophe, interpretato da Valerio Mastandrea, è il padre di Elisa e un regista teatrale d’avanguardia che vive nel ricordo di una carriera ormai lontana dai momenti migliori. Guido, al quale dà volto Leonardo Lidi, è il padre del secondo figlio, un ex manager finanziario che ha abbandonato il proprio ambiente professionale e lavora come rider. Tony, interpretato da Michele Riondino, è invece un manager musicale dall’esistenza disordinata, nonché l’uomo che ha sposato Cecilia prima della fine della loro relazione. Nessuno possiede le caratteristiche del riferimento familiare ideale. Ognuno porta nella convivenza questioni irrisolte, rancori e una differente idea di responsabilità. Eppure proprio la necessità di affrontare un problema comune crea le condizioni per una collaborazione che, durante le rispettive relazioni sentimentali, non erano riusciti a costruire.

    La scelta narrativa più significativa riguarda il ricorso al teatro. Per cercare una soluzione alla crisi, il gruppo si impegna nell’allestimento di una rappresentazione ispirata a Spettri di Henrik Ibsen, un’opera che affronta l’eredità delle convenzioni sociali, le menzogne familiari e le conseguenze delle scelte compiute dalle generazioni precedenti. Il collegamento offre a Zanasi un terreno particolarmente fertile: personaggi abituati a evitare le proprie responsabilità devono interpretare una storia nella quale il passato continua a condizionare il presente. La rappresentazione teatrale permette così di osservare la famiglia da una prospettiva differente, trasformando il palcoscenico in uno spazio nel quale conflitti e fragilità possono essere affrontati attraverso il confronto. Il paradosso è evidente: per convincere gli altri di essere capaci di vivere insieme, i protagonisti devono prima imparare a recitare e lavorare insieme.

    E' andata così

    La riuscita di questa impostazione dipende soprattutto dagli interpreti. Valentina Lodovini sostiene il ruolo più complesso, quello di una madre che non può concedersi il lusso di abbandonare le proprie responsabilità, pur essendo circondata da persone spesso incapaci di gestire le proprie. Mastandrea porta nella figura di Christophe un’eccentricità che nasce dalla sproporzione tra le sue ambizioni artistiche e la realtà quotidiana, mentre Riondino e Lidi completano il quadro attraverso caratteri e percorsi personali differenti. Anche la presenza di Alma Teresa Giardina contribuisce a mantenere visibile la dimensione più dolorosa della vicenda. Il rischio di una commedia costruita su personalità tanto accentuate è che i personaggi finiscano per essere definiti esclusivamente dai propri comportamenti bizzarri. Il coinvolgimento della giovane Elisa offre invece alla storia una ragione concreta per non esaurirsi nella successione delle situazioni comiche.

    Tra libertà narrativa e qualche eccesso di scrittura

    Il principale elemento di discussione riguarda la struttura del racconto. Le due ore di durata e la quantità di episodi surreali mettono alla prova la continuità della narrazione, soprattutto quando le deviazioni comiche sembrano prendere temporaneamente il sopravvento sulla vicenda di Cecilia ed Elisa. Zanasi sceglie deliberatamente una costruzione lontana dalla commedia tradizionale, nella quale ogni situazione prepara in maniera ordinata quella successiva. La scrittura, firmata dal regista insieme a Giacomo Ciarrapico e Michele Pellegrini, lascia spazio a personaggi secondari, incontri improbabili e gag che ampliano il mondo della storia. È una scelta coerente con il carattere dei protagonisti, ma comporta anche una minore compattezza del film. La libertà espressiva trova i risultati migliori quando le situazioni comiche fanno emergere qualcosa dei rapporti personali; convince meno quando l’accumulo degli episodi rischia di diventare fine a se stesso.

    E' andata così

    Rimane interessante il modo in cui il film affronta la responsabilità familiare senza ricorrere alla contrapposizione prevedibile tra genitori esemplari e adulti inaffidabili. Cecilia e i suoi ex compagni hanno commesso errori, hanno cambiato strada e continuano a prendere decisioni discutibili. La necessità di proteggere Elisa li costringe però a confrontarsi con qualcosa che non può essere risolto individualmente. La famiglia raccontata da Zanasi non coincide con un modello da difendere, ma con una rete di relazioni che acquista valore attraverso i comportamenti delle persone che ne fanno parte. In questa prospettiva, il film trova il suo nucleo più interessante nella distanza tra ciò che i protagonisti sono riusciti a costruire fino a quel momento e ciò che devono provare a diventare.

    È andata così si inserisce così nel percorso di un regista che ha spesso raccontato personaggi in difficoltà nel rapporto con le aspettative sociali, da Non pensarci a Troppa grazia. La nuova commedia affida alla recitazione e all’imprevedibilità delle situazioni il compito di rendere accessibili questioni meno leggere, dalla precarietà economica alla crisi dei rapporti affettivi. L’abbondanza di trovate narrative può ridurre l’incisività di alcuni passaggi, ma il confronto tra la dimensione teatrale e quella familiare offre una chiave precisa per interpretare la storia. Il punto più interessante non riguarda la possibilità di cancellare gli errori commessi: è la responsabilità che ciascun personaggio decide di assumersi quando le conseguenze di quegli errori coinvolgono anche gli altri.

  • X-Men, Inde Navarrette mostra per la prima volta come sarà Rogue: «Devo ancora esercitarmi»

    X-Men, Inde Navarrette mostra per la prima volta come sarà Rogue: «Devo ancora esercitarmi»

    Inde Navarrette ha offerto una prima anticipazione della voce che utilizzerà per interpretare Rogue nel nuovo film degli X-Men, atteso nei cinema il 5 maggio 2028. L’attrice, entrata ufficialmente nel Marvel Cinematic Universe dopo l’annuncio del cast durante il D23 dello scorso agosto, ha accettato di cimentarsi con il caratteristico accento del Sud degli Stati Uniti associato alla mutante. L’occasione è arrivata durante un’intervista sul tappeto rosso con il programma canadese Etalk, quando le è stato chiesto di pronunciare una delle espressioni più riconoscibili del personaggio: «Sugar». Navarrette ha accolto la richiesta con un sorriso, ammettendo di non essersi ancora esercitata abbastanza e spiegando che lavorerà insieme al team Marvel per definire la voce definitiva di Rogue. Una breve dimostrazione, dunque, che non rappresenta ancora il risultato conclusivo della preparazione per il film diretto da Jake Schreier.

    L’attenzione riservata a una singola parola può sembrare eccessiva per una produzione ancora lontana dall’uscita, ma nel caso di Rogue il modo di parlare costituisce una componente importante dell’identità del personaggio. Anna Marie, questo il suo vero nome nei fumetti Marvel, proviene dal Mississippi, uno degli Stati americani nei quali l’accento meridionale presenta caratteristiche particolarmente riconoscibili. L’espressione sugar, utilizzata come appellativo affettuoso, è diventata familiare soprattutto grazie alle serie animate dedicate agli X-Men. Navarrette ha spiegato che la propria interpretazione è ancora in fase di definizione e che sarà necessario confrontarsi con i responsabili creativi del progetto prima di stabilire quale inflessione adottare. Le sue parole indicano la volontà di rispettare un tratto storico del personaggio, senza considerarlo necessariamente qualcosa da riprodurre in maniera identica rispetto alle interpretazioni precedenti.

    Rogue cambia volto dopo Anna Paquin: perché l’accento conta

    Per il pubblico cinematografico, Rogue rimane strettamente legata ad Anna Paquin, che interpretò la mutante a partire dal primo X-Men del 2000, tornando successivamente nei capitoli della saga prodotti dalla 20th Century Fox. Quella versione del personaggio privilegiava soprattutto la difficoltà di convivere con un potere che impediva qualsiasi contatto fisico spontaneo. Nei fumetti, infatti, Rogue possiede la capacità di assorbire attraverso il contatto i ricordi, le energie e le abilità di altre persone, arrivando in alcune circostanze a impossessarsi temporaneamente dei poteri di altri mutanti. Un dono che può trasformarsi in una condanna, soprattutto nelle relazioni personali, perché anche un gesto apparentemente innocuo rischia di provocare conseguenze gravi. Il rapporto tra desiderio di vicinanza e impossibilità di toccare gli altri costituisce uno dei conflitti più importanti della sua storia.

    Inde Navarrette

    L’interpretazione cinematografica di Paquin aveva però ridimensionato alcuni elementi caratteristici della Rogue dei fumetti e delle produzioni animate, compresa la marcata inflessione meridionale. Per molti appassionati, il riferimento vocale più riconoscibile resta quello di Lenore Zann, doppiatrice del personaggio nella serie animata degli anni Novanta e nel successivo X-Men ’97. È soprattutto a questa rappresentazione che si collega l’uso frequente di sugar, diventato uno dei tratti distintivi della sua personalità. La scelta di Navarrette potrebbe quindi riavvicinare il personaggio alle proprie origini editoriali, pur lasciando spazio a un’interpretazione autonoma. Il risultato dipenderà naturalmente dal lavoro sulla sceneggiatura e dalla caratterizzazione che Schreier intenderà sviluppare, perché l’accento da solo non basta a restituire la complessità di una figura che nei fumetti ha attraversato un lungo percorso, passando dall’appartenenza alla Confraternita dei Mutanti al ruolo di membro degli X-Men.

    Per Navarrette si tratta anche di una responsabilità professionale significativa. L’attrice ha ottenuto una maggiore visibilità internazionale grazie a Obsession, l’horror diretto da Curry Barker che nel 2026 l’ha portata all’attenzione del grande pubblico. Il ruolo di Rogue rappresenta un passaggio verso una produzione di dimensioni completamente differenti, all’interno di un universo cinematografico nel quale ogni personaggio può essere destinato a tornare in più film. Durante una recente partecipazione al podcast Awards Chatter di The Hollywood Reporter, Navarrette ha raccontato il proprio entusiasmo per questa opportunità, sottolineando quanto il lavoro di attrice le permetta di confrontarsi con identità lontane dalla propria. Ha inoltre espresso l’intenzione di rispettare la visione degli sceneggiatori e del regista, aggiungendo al personaggio una sensibilità personale. Non è ancora chiaro quanto spazio avrà Rogue nella trama, né quali aspetti della sua storia verranno privilegiati nel nuovo adattamento.

    Inde Navarrette

    X-Men, il nuovo cast Marvel e la data d’uscita del film

    Il ritorno degli X-Men rappresenta uno dei progetti più importanti della prossima fase del Marvel Cinematic Universe. Dopo anni nei quali i mutanti sono stati introdotti gradualmente attraverso produzioni differenti, Marvel Studios prepara il primo lungometraggio corale dedicato alla nuova formazione del gruppo. Jake Schreier, già regista di Thunderbolts, guiderà un cast completamente rinnovato, presentato ufficialmente durante il D23 del 14 agosto 2026. Sadie Sink interpreterà Jean Grey, Kit Connor sarà Scott Summers, conosciuto come Ciclope, mentre Christopher Abbott vestirà i panni del Professor Charles Xavier. Accanto a loro ci saranno Samara Weaving nel ruolo di Emma Frost, Maya Boyd in quello di Tempesta e Adam Driver nei panni del villain Mister Sinister, uno degli antagonisti più importanti dell’universo mutante.

    La nuova formazione dovrà confrontarsi con un’eredità cinematografica particolarmente ingombrante. La saga degli X-Men ha attraversato oltre vent’anni di produzioni, rendendo riconoscibili al grande pubblico personaggi precedentemente conosciuti soprattutto dai lettori dei fumetti. Il rilancio affidato a Schreier offre però a Marvel la possibilità di ricostruire le relazioni tra i protagonisti, introducendo una generazione differente e sviluppando conflitti che non dipendano necessariamente dalle vicende raccontate nei film precedenti. In questo percorso Rogue potrebbe assumere un ruolo importante, grazie alla particolare natura dei suoi poteri e alle contraddizioni che accompagnano il personaggio. La sua capacità di assorbire le caratteristiche altrui, per esempio, offre possibilità narrative che riguardano non soltanto i combattimenti, ma anche l’identità personale e la difficoltà di costruire rapporti di fiducia.

    Inde Navarrette

    Il nuovo film degli X-Men arriverà nei cinema il 5 maggio 2028, secondo il calendario annunciato da Marvel Studios. La sceneggiatura vede coinvolti Lee Sung Jin e Joanna Calo, mentre ulteriori informazioni sulla trama e sui personaggi dovranno essere comunicate nel corso della produzione. Per Inde Navarrette, intanto, la preparazione di Rogue passa anche da un dettaglio che gli appassionati conoscono bene e che l’attrice ha scelto di affrontare pubblicamente senza presentarlo come un lavoro già completato. La breve prova dell’accento meridionale non anticipa l’aspetto definitivo della sua interpretazione, ma indica l’attenzione verso una delle caratteristiche più radicate nella storia della mutante. Sarà il film a mostrare quanto di quella tradizione Marvel verrà conservato e in quale direzione si muoverà la nuova Rogue.