Tangles, recensione: un film d’animazione straordinario sul dolore di perdere chi è ancora accanto a noi

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Tangles, lungometraggio d’animazione diretto da Leah Nelson e presentato nel 2026 al Festival di Cannes e alla Festa del Cinema di Roma, porta sullo schermo il memoir illustrato Tangles: A Story About Alzheimer’s, My Mother and Me della fumettista canadese Sarah Leavitt, raccontando il progressivo deterioramento della salute di una donna e le conseguenze della malattia sull’intera famiglia. La sceneggiatura, firmata da Nelson insieme alla stessa Leavitt e a Trev Renney, segue Sarah, una giovane artista che negli anni Novanta vive a San Francisco, impegnata nella propria carriera e nell’attivismo, fino a quando alcuni cambiamenti nel comportamento della madre Midge la costringono a tornare nella cittadina dalla quale si era allontanata. La diagnosi di Alzheimer a esordio precoce modifica radicalmente gli equilibri familiari, obbligando la protagonista a confrontarsi con una situazione nella quale non esistono soluzioni semplici né possibilità di recuperare ciò che progressivamente viene perduto. Il film affronta una materia dolorosa senza trasformarla in uno spettacolo della sofferenza, scegliendo piuttosto di raccontare come cambiano le persone quando devono assistere al lento allontanamento di qualcuno che amano. Attraverso un’animazione prevalentemente in bianco e nero, un uso misurato dell’ironia e personaggi costruiti con notevole sensibilità, Nelson realizza un’opera che trova la propria forza nella capacità di osservare i legami affettivi senza idealizzarli.

Uno degli aspetti più interessanti di Tangles riguarda la scelta di non raccontare la malattia esclusivamente attraverso il suo progressivo aggravamento. L’Alzheimer costituisce naturalmente il centro degli avvenimenti, ma il film è interessato soprattutto alle conseguenze che la diagnosi produce nella vita quotidiana di Sarah, nelle sue aspirazioni e nel rapporto con le persone che fino a quel momento aveva imparato a considerare punti di riferimento. La protagonista ha costruito a San Francisco un’esistenza autonoma, fatta di lavoro, relazioni e progetti personali, ma il ritorno a casa le impone di riconsiderare improvvisamente tutto ciò che riteneva stabile. Il suo percorso non viene presentato come un sacrificio automatico o come la dimostrazione di una bontà esemplare: Sarah prova amore, impazienza, paura e frustrazione, attraversando emozioni che spesso convivono senza trovare una sintesi rassicurante. È proprio questa contraddizione a rendere il personaggio credibile, perché il desiderio di aiutare una persona malata non cancella la fatica di dover modificare la propria vita, né impedisce di provare rabbia davanti a una situazione sulla quale non si possiede alcun controllo.

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Una madre che cambia e una figlia costretta a conoscere di nuovo la propria famiglia

Il racconto comincia prima che la malattia abbia un nome, quando i comportamenti di Midge iniziano a sembrare insoliti senza apparire necessariamente preoccupanti agli occhi di tutti. La donna manifesta improvvisi cambiamenti d’umore, dimenticanze e difficoltà che vengono inizialmente interpretate come conseguenze dello stress o di una fase complicata della vita. Sarah, invece, avverte che qualcosa non corrisponde più alla personalità della madre che ha conosciuto. Durante un viaggio familiare in Messico, un episodio di disorientamento rende impossibile continuare a minimizzare i segnali, aprendo la strada agli accertamenti e alla successiva diagnosi. Il film affronta questa transizione con particolare attenzione alla distanza tra ciò che una famiglia vorrebbe credere e ciò che sta realmente accadendo, mostrando quanto possa essere difficile riconoscere una trasformazione quando riguarda una persona amata. L’assenza di risposte immediate non nasce necessariamente dall’indifferenza, ma anche dalla paura di attribuire un significato definitivo a comportamenti che sembrano ancora spiegabili attraverso cause meno dolorose.

Da quel momento, Midge non smette improvvisamente di essere la donna che era stata. La sua personalità continua a emergere attraverso gesti, reazioni e frammenti di comportamento, mentre alcune capacità e abitudini cominciano progressivamente a venir meno. La malattia non viene rappresentata come un passaggio netto tra una persona presente e una persona assente, ma come un processo nel quale identità, memoria e relazioni si modificano in maniera imprevedibile. È una distinzione fondamentale, perché permette al film di evitare una delle semplificazioni più frequenti nei racconti dedicati alle patologie neurodegenerative: considerare chi ne è colpito esclusivamente attraverso ciò che non riesce più a fare. Midge conserva una presenza concreta nella vita degli altri, anche quando la comunicazione diventa difficile e le sue reazioni sembrano sempre meno comprensibili. La famiglia deve quindi imparare a relazionarsi con lei in modo diverso, accettando che i comportamenti abituali non possano più rappresentare un riferimento sicuro.

Per Sarah, il cambiamento più difficile riguarda il progressivo rovesciamento dei ruoli. La madre, che per anni aveva rappresentato una figura capace di offrire protezione, consigli e stabilità, diventa una persona che necessita di assistenza e rassicurazioni continue. La figlia è costretta ad assumersi responsabilità nuove senza aver avuto il tempo di prepararsi, scoprendo che la vicinanza affettiva non coincide necessariamente con la capacità di gestire ogni situazione. Nelson osserva questa trasformazione senza attribuire alla protagonista una maturità immediata e senza condannarne le esitazioni. Sarah può essere generosa e, nello stesso tempo, desiderare di tornare alla propria vita; può cercare di comprendere la madre e perdere la pazienza davanti a comportamenti che diventano difficili da affrontare. L’amore familiare viene raccontato come una relazione attraversata anche da emozioni scomode, perché la dedizione non elimina la stanchezza e il senso di responsabilità non impedisce di sentirsi sopraffatti. È una prospettiva che conferisce al film una profondità rara, soprattutto quando la narrazione lascia emergere le contraddizioni senza cercare di risolverle attraverso un messaggio consolatorio.

L’animazione rende visibile quello che il dolore non riesce a spiegare

La scelta di utilizzare l’animazione costituisce uno degli elementi più importanti dell’identità di Tangles, perché permette a Leah Nelson di costruire un linguaggio capace di avvicinare realtà quotidiana e percezione emotiva. Il film nasce da un memoir a fumetti e conserva un rapporto evidente con la natura grafica dell’opera originale, pur sviluppando una propria interpretazione cinematografica. Il tratto disegnato diventa un mezzo per rappresentare non soltanto gli eventi, ma anche il modo in cui Sarah li vive e li ricorda, alternando momenti di osservazione realistica a passaggi più espressivi. Il bianco e nero, arricchito da sfumature e occasionali accenti cromatici, non funziona come una semplice scelta estetica, ma accompagna una vicenda nella quale la percezione del tempo, dei luoghi e delle persone diventa sempre meno stabile. Le immagini possono suggerire fragilità e distanza senza dover necessariamente ricorrere a dialoghi esplicativi, lasciando allo spettatore la possibilità di riconoscere emozioni che i personaggi stessi faticano a definire.

La regia evita inoltre di utilizzare l’animazione come uno strumento per trasformare la malattia in un’esperienza spettacolare. La dimensione visiva rimane strettamente legata al punto di vista di Sarah, privilegiando il modo in cui la protagonista interpreta il cambiamento della madre rispetto al tentativo di ricostruire dall’interno la percezione di chi soffre di Alzheimer. Questa scelta permette di mantenere una distanza rispettosa da un’esperienza che il film non pretende di spiegare completamente, concentrando invece l’attenzione su ciò che può essere osservato e vissuto da chi assiste una persona malata. Il disegno diventa così particolarmente efficace nel raccontare la memoria, perché può modificare forme, proporzioni e atmosfere senza perdere il legame con la realtà emotiva dei personaggi. La forza dell’animazione non risiede nella capacità di mostrare l’impossibile, ma in quella di dare una forma comprensibile a sentimenti che non possiedono un’immagine precisa.

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Un ruolo importante è svolto anche dall’interpretazione vocale, con Abbi Jacobson nel ruolo di Sarah, Julia Louis-Dreyfus in quello di Midge e Bryan Cranston nei panni del padre Rob. La presenza di interpreti capaci di lavorare sulle sfumature del linguaggio contribuisce alla costruzione di un universo familiare nel quale i rapporti cambiano continuamente attraverso piccoli gesti e variazioni emotive. Il film non affida tutto il proprio significato alle situazioni più drammatiche, ma cerca una continuità espressiva anche nei momenti ordinari, quando i personaggi condividono una conversazione, affrontano un’incomprensione o cercano di recuperare un frammento di normalità. Le musiche di Dan Romer accompagnano questa dimensione senza sostituirsi al racconto, contribuendo a mantenere l’equilibrio tra la delicatezza dei rapporti e la durezza degli eventi. Il risultato è un’animazione che non considera il pubblico adulto soltanto attraverso la gravità del tema affrontato, ma attraverso la complessità delle emozioni che riesce a mettere in scena.

L’ironia come difesa, senza nascondere la sofferenza

Uno degli aspetti più riusciti del racconto è la presenza dell’umorismo all’interno di una vicenda che avrebbe potuto facilmente assumere un tono uniformemente tragico. Sarah e la sua famiglia non smettono di essere persone capaci di scherzare, reagire in maniera assurda o trovare momenti di leggerezza anche quando la situazione diventa sempre più difficile. L’ironia nasce spesso dalle contraddizioni dei rapporti personali e dalla distanza tra ciò che i personaggi vorrebbero fare e ciò che riescono realmente a ottenere. Non serve a ridimensionare la gravità della malattia, né a trasformare il dolore in qualcosa di più accettabile. Al contrario, permette di riconoscere che la vita continua a produrre situazioni imprevedibili anche quando una famiglia attraversa un’esperienza profondamente dolorosa. È proprio questa convivenza tra leggerezza e sofferenza a rendere la narrazione meno costruita, perché evita di ridurre l’esistenza dei personaggi a una successione di momenti drammatici.

Il film affronta anche una questione particolarmente delicata: il diritto di chi assiste una persona malata a conservare una propria identità. Sarah non è soltanto una figlia chiamata a prendersi cura della madre, ma una giovane donna con una relazione sentimentale, un lavoro e ambizioni personali. La necessità di tornare a casa mette progressivamente in discussione questi elementi, creando un conflitto che non può essere risolto attraverso una semplice scelta tra egoismo e generosità. La dedizione verso Midge richiede tempo ed energie, ma il desiderio di proseguire la propria vita non costituisce automaticamente una mancanza d’amore. Tangles riconosce quanto possa essere ingiusto chiedere a una persona di rinunciare completamente a se stessa per dimostrare il proprio affetto, e mostra come il senso di colpa possa diventare uno degli aspetti più difficili dell’assistenza familiare. La protagonista cerca continuamente un equilibrio, ma scopre che alcune situazioni non possono essere controllate attraverso l’impegno o la volontà.

Questa consapevolezza permette alla narrazione di allontanarsi dal modello del sacrificio eroico, nel quale chi assiste una persona malata viene rappresentato come un individuo capace di sopportare qualsiasi difficoltà senza esitazioni. Sarah non diventa una figura esemplare perché riesce sempre a comportarsi nel modo corretto, ma perché continua a cercare una forma di vicinanza anche quando commette errori. Il film riconosce inoltre che la famiglia non costituisce necessariamente un ambiente armonioso, nel quale tutte le persone condividono gli stessi sentimenti o affrontano la sofferenza con identiche risorse. I legami possono offrire protezione, ma anche alimentare incomprensioni e tensioni, soprattutto quando la gestione quotidiana della malattia richiede decisioni difficili. In questo senso, il titolo Tangles, che richiama qualcosa di aggrovigliato, trova una corrispondenza precisa nella natura dei rapporti raccontati: affetti profondi, responsabilità e ricordi si intrecciano continuamente, senza che sia sempre possibile separarli.

Il verdetto: una storia dolorosa che non rinuncia alla complessità dell’amore

Tangles emerge come un’opera d’animazione di particolare sensibilità, capace di affrontare l’Alzheimer senza ridurre i personaggi alla funzione che la malattia assegna loro. Leah Nelson costruisce il proprio esordio nel lungometraggio attorno al materiale autobiografico di Sarah Leavitt, trovando nella scrittura dei rapporti familiari il principale elemento di forza. Il film non cerca di spiegare ogni aspetto della patologia né di accompagnare lo spettatore verso una forma obbligata di consolazione. Preferisce osservare i comportamenti delle persone, riconoscendone le incoerenze e lasciando che il dolore emerga attraverso ciò che cambia nelle abitudini quotidiane. La dimensione autobiografica conferisce al racconto una concretezza emotiva importante, mentre la scelta dell’animazione permette di trasformare la memoria e la percezione personale in immagini capaci di ampliare il significato delle situazioni rappresentate.

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La costruzione narrativa rimane fortemente legata al punto di vista di Sarah, caratteristica che costituisce allo stesso tempo il principale pregio e un possibile limite del film. L’esperienza di Midge viene osservata soprattutto attraverso lo sguardo della figlia, e alcuni spettatori potrebbero desiderare uno spazio maggiore per comprendere direttamente la dimensione soggettiva della madre. Tuttavia, questa distanza appare coerente con l’impostazione dell’opera, interessata soprattutto alle conseguenze dell’Alzheimer sui legami e sull’identità di chi assiste. La regia non cerca una falsa completezza e riconosce implicitamente che una parte dell’esperienza della malattia rimane impossibile da interpretare dall’esterno. Il risultato è un racconto che trova la propria profondità proprio in ciò che non pretende di risolvere.

Il valore di Tangles risiede infine nella capacità di raccontare una forma particolare di perdita: quella che comincia mentre la persona amata è ancora presente. La trasformazione di Midge obbliga Sarah a confrontarsi con ricordi che continuano ad appartenerle, mentre la madre perde progressivamente la possibilità di condividerli nello stesso modo. In questa distanza si sviluppa una riflessione sulla natura stessa dei rapporti familiari, perché ciò che unisce due persone non coincide soltanto con la memoria comune, ma anche con i gesti e le forme di vicinanza che rimangono possibili quando le parole diventano insufficienti. Leah Nelson realizza un film che può commuovere profondamente senza cercare scorciatoie emotive, affidandosi alla forza delle immagini, all’ironia e alla complessità dei personaggi. Un’opera che dimostra quanto l’animazione possa essere uno strumento straordinario per raccontare la vita adulta e che lascia soprattutto una consapevolezza difficile da dimenticare: amare qualcuno non significa necessariamente poterlo proteggere da ciò che accadrà, ma imparare a restargli vicino anche quando ogni certezza comincia a scomparire.

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