Netflix, l’intelligenza artificiale è già in 300 film e serie: «Ma non può sostituire le emozioni umane»

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Netflix ha già utilizzato strumenti di intelligenza artificiale in circa 300 titoli del proprio catalogo, intervenendo su diverse fasi della realizzazione di film e serie televisive, dalla progettazione iniziale al montaggio e agli effetti visivi. La dimensione raggiunta dall’impiego della tecnologia è stata illustrata sabato 10 ottobre 2026 da Sung Q Lee, senior director della produzione Netflix per l’area Asia-Pacifico, durante un incontro organizzato a Busan, in Corea del Sud, nell’ambito dell’iniziativa Creative Asia, realizzata in collaborazione con il Busan International Film Festival e con la partecipazione della Motion Picture Association. Il confronto ha coinvolto anche il regista sudcoreano Kang Yun-sung, autore di The Outlaws, e Kimball Thurston, direttore tecnologico della società di effetti visivi Wētā FX. Accanto al dato relativo alle produzioni Netflix è emersa una prospettiva economica particolarmente rilevante: secondo Kang, l’impiego di strumenti generativi nel nuovo film d’azione The Gulf of Aden potrebbe consentire una riduzione dei costi complessivi vicina al 40%. Una stima che apre interrogativi sul futuro dell’industria cinematografica, sulle opportunità per le produzioni indipendenti e sulla necessità di preservare il ruolo degli artisti in un processo creativo sempre più automatizzato.

Il numero comunicato da Netflix segna un passaggio importante nel rapporto tra cinema e intelligenza artificiale, perché restituisce la misura di una trasformazione che sta progressivamente entrando nelle procedure ordinarie di produzione. L’impiego della tecnologia non riguarda necessariamente la generazione integrale di immagini o la sostituzione di attori e tecnici, ma comprende una serie di attività differenti, alcune delle quali vengono svolte prima ancora che le riprese abbiano inizio. È una distinzione fondamentale per comprendere la portata della dichiarazione: affermare che circa 300 titoli abbiano utilizzato l’IA non significa che siano stati realizzati interamente attraverso algoritmi, né permette di stabilire quanto materiale generato artificialmente sia effettivamente presente nelle versioni distribuite al pubblico. Il dato indica piuttosto che Netflix considera ormai queste tecnologie parte degli strumenti disponibili per organizzare, sviluppare e completare le proprie produzioni, in un settore nel quale tempi di lavorazione, complessità tecnica e disponibilità economiche incidono direttamente sulle possibilità creative. La questione non riguarda dunque soltanto il futuro, ma decisioni operative che vengono già assunte all’interno delle produzioni audiovisive contemporanee.

Netflix e i 300 titoli realizzati con l’aiuto dell’IA: come cambia il lavoro dietro le quinte

Durante l’incontro di Busan, Sung Q Lee ha descritto un impiego dell’intelligenza artificiale distribuito lungo l’intera filiera produttiva. «L’intelligenza artificiale viene utilizzata nella previsualizzazione, nella progettazione della produzione, nell’elaborazione anticipata di concept di scenografia, nel montaggio e, naturalmente, negli effetti visivi», ha spiegato il dirigente, indicando attività che tradizionalmente richiedono il coinvolgimento di diversi reparti artistici e tecnici. La previsualizzazione permette, ad esempio, di costruire rappresentazioni preliminari delle scene prima delle riprese, offrendo al regista e alla troupe la possibilità di valutare in anticipo inquadrature, movimenti della macchina da presa e complessità delle sequenze. La progettazione scenografica può beneficiare della generazione rapida di proposte visive, mentre il montaggio e gli effetti speciali possono utilizzare strumenti capaci di accelerare lavorazioni particolarmente complesse. L’intelligenza artificiale viene quindi presentata da Netflix soprattutto come un sistema di supporto alle decisioni creative e organizzative, più che come una tecnologia destinata automaticamente a sostituire l’intero processo cinematografico.

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Il cambiamento potrebbe incidere profondamente sulla pianificazione economica dei progetti. Nel cinema tradizionale, la preparazione di determinate scene richiede spesso settimane di lavoro preliminare, sopralluoghi, studi scenografici e valutazioni tecniche che possono comportare costi rilevanti anche prima dell’inizio delle riprese. La possibilità di ottenere rapidamente visualizzazioni alternative consente di individuare problemi, confrontare soluzioni e modificare alcune scelte quando intervenire è ancora relativamente semplice. Un regista può valutare diverse impostazioni di una sequenza prima di trasferire sul set centinaia di professionisti e attrezzature, mentre una produzione può comprendere con maggiore precisione se un’idea sia compatibile con le risorse disponibili. Questo non significa che il contributo degli scenografi, dei direttori della fotografia o degli artisti degli effetti visivi diventi superfluo, ma che una parte del loro lavoro potrebbe essere riorganizzata attorno a strumenti capaci di produrre risultati preliminari con maggiore rapidità.

Lee ha però insistito sulla necessità di non trasformare l’innovazione in un obiettivo autonomo, separato dalle esigenze del racconto. «Ma la domanda che mi interessa non è “Quanta intelligenza artificiale possiamo inserire in questo titolo?”, bensì “Cosa può fare di più questo titolo con l’aiuto dell’intelligenza artificiale?”». È una distinzione che riguarda direttamente la strategia produttiva di Netflix, perché sposta l’attenzione dalla quantità di tecnologia utilizzata al valore che questa può aggiungere a un’opera. Una sequenza più complessa, una scenografia difficilmente realizzabile con un budget limitato o un processo di lavorazione più efficiente possono rappresentare vantaggi concreti, ma non costituiscono automaticamente un miglioramento della qualità cinematografica. La possibilità tecnica di realizzare qualcosa non coincide necessariamente con la necessità narrativa di mostrarla, e proprio questo limite emerge come uno degli elementi centrali della riflessione proposta dal dirigente.

Un film può costare il 40% in meno? Il caso The Gulf of Aden cambia il dibattito

La prospettiva economica più significativa è arrivata dal regista Kang Yun-sung, che sta lavorando al film d’azione The Gulf of Aden utilizzando ampiamente strumenti di intelligenza artificiale generativa, tra cui la tecnologia sviluppata dalla società cinese Kling AI. Secondo il cineasta, il nuovo metodo produttivo ha permesso di affrontare sequenze che sarebbero risultate particolarmente difficili da realizzare attraverso le risorse economiche normalmente disponibili per il progetto. «Quando abbiamo calcolato quanto avremmo risparmiato sui costi di finanziamento per Il Golfo di Aden, abbiamo ottenuto una riduzione di circa il 40%», ha dichiarato, precisando che il beneficio non riguarda esclusivamente la sostituzione di alcune lavorazioni tradizionali degli effetti visivi. «Questo non è dovuto solo alla sostituzione della computer grafica e degli effetti visivi. Le riprese stesse sono state ottimizzate, il che ha ridotto in una certa misura i tempi di produzione».

Il risparmio indicato da Kang rappresenta una stima riferita al suo progetto, non una percentuale applicabile automaticamente all’intera industria cinematografica. Le produzioni possono presentare caratteristiche molto differenti, con costi che dipendono dal numero di interpreti, dalle location, dalla complessità delle scene, dalla durata delle riprese e dalla quantità di effetti richiesti. Tuttavia, una riduzione di questa portata, anche se limitata a determinate tipologie di film, potrebbe modificare sensibilmente le possibilità di finanziamento di opere che oggi vengono considerate troppo costose rispetto alle prospettive commerciali. Per un regista che lavora in un mercato caratterizzato da risorse inferiori rispetto a quelle delle maggiori produzioni hollywoodiane, la possibilità di realizzare scene spettacolari senza dover sostenere i costi tradizionali può trasformarsi in una concreta opportunità artistica. Progetti rimasti per anni sulla carta potrebbero diventare realizzabili proprio perché la tecnologia consente di ridurre alcune delle barriere economiche che ne avevano impedito lo sviluppo.

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Kang ha riassunto questa prospettiva con una dichiarazione particolarmente significativa: «Ciò che era stato accantonato a causa di problemi di bilancio è stato finalmente rimesso sul tavolo». È una frase che racconta il modo in cui una parte dell’industria cinematografica asiatica sta interpretando l’intelligenza artificiale, considerandola non soltanto un sistema per diminuire le spese, ma uno strumento per ampliare la libertà progettuale. Il vantaggio principale, almeno secondo questa impostazione, non sarebbe realizzare film identici spendendo meno, ma poter affrontare racconti precedentemente incompatibili con le disponibilità finanziarie. La distinzione è importante perché una tecnologia capace di accelerare il lavoro può essere impiegata per ridurre semplicemente i budget oppure per reinvestire le risorse risparmiate in aspetti differenti della produzione, dalla preparazione degli attori alla ricerca visiva. Il risultato finale dipenderà dalle scelte dei produttori e dei registi, non dalle caratteristiche tecniche degli strumenti.

Il precedente Run to the West: quando l’innovazione non basta a convincere il pubblico

L’entusiasmo di Kang nasce anche da un’esperienza che non aveva ottenuto il risultato sperato. Il regista aveva collaborato con Kwon Han-seul alla realizzazione di Run to the West, presentato come uno dei primi lungometraggi sudcoreani costruiti attraverso un utilizzo esteso dell’intelligenza artificiale. Il film aveva suscitato attenzione per il metodo produttivo, ma la risposta commerciale era stata deludente, con un incasso indicato intorno ai 100.000 dollari e numerose critiche rivolte soprattutto alla qualità delle immagini e degli effetti visivi. Il progetto aveva dunque dimostrato che l’innovazione tecnologica, da sola, non costituisce una garanzia di successo e che il pubblico continua a valutare un film attraverso la credibilità delle immagini, l’efficacia della narrazione e la capacità di coinvolgere emotivamente. Una produzione può attirare curiosità perché realizzata con strumenti particolarmente avanzati, ma questa caratteristica perde rapidamente importanza se l’esperienza cinematografica non risulta convincente.

Il caso Run to the West evidenzia inoltre uno dei problemi più complessi dell’impiego dell’IA nel cinema: la velocità con cui gli strumenti diventano obsoleti. Secondo Kang, l’evoluzione delle tecnologie è stata così rapida da far apparire alcune soluzioni visive del film già superate al momento dell’uscita. Per produzioni che richiedono mesi o anni tra sviluppo, realizzazione e distribuzione, questo rappresenta un problema concreto. Una tecnica considerata innovativa durante le riprese può risultare meno sorprendente quando l’opera arriva nelle sale, soprattutto in un periodo nel quale il pubblico viene continuamente esposto a immagini generate attraverso strumenti sempre più sofisticati. Il regista ritiene comunque che i progressi compiuti permettano oggi risultati molto più convincenti rispetto a quelli ottenuti nelle prime sperimentazioni. The Gulf of Aden sarà quindi anche una verifica della capacità di trasformare un metodo produttivo promettente in un film capace di funzionare indipendentemente dagli strumenti utilizzati per realizzarlo.

Hollywood più prudente, Asia più aperta: due modi di guardare al futuro del cinema

L’incontro di Busan ha evidenziato una differenza importante nell’atteggiamento verso l’intelligenza artificiale. Una parte dell’industria cinematografica occidentale continua a concentrarsi sui rischi per il lavoro creativo, sulla tutela degli interpreti e sulla proprietà delle immagini, mentre numerosi professionisti asiatici guardano soprattutto alle opportunità offerte dalla riduzione dei costi e dall’accesso a strumenti più avanzati. Si tratta naturalmente di tendenze generali e non di posizioni condivise da tutti gli artisti delle rispettive aree geografiche, ma il contrasto è significativo. A Hollywood il dibattito sull’IA si è intrecciato con le preoccupazioni degli sceneggiatori, degli attori e dei professionisti degli effetti visivi, soprattutto per la possibilità che alcune attività vengano automatizzate o che le prestazioni artistiche possano essere riprodotte attraverso strumenti digitali. In altri mercati, dove i budget limitati rappresentano spesso un ostacolo alla realizzazione di produzioni ambiziose, le stesse tecnologie vengono osservate anche come una possibilità per ridurre la distanza economica rispetto ai grandi studios internazionali.

La differenza non riguarda necessariamente il valore attribuito alla creatività, ma le condizioni nelle quali questa deve svilupparsi. Per un autore che dispone di risorse limitate, poter costruire una sequenza complessa attraverso strumenti generativi può significare realizzare finalmente una scena che altrimenti avrebbe dovuto eliminare dalla sceneggiatura. Per un professionista impiegato in una grande produzione, invece, l’introduzione degli stessi strumenti può sollevare interrogativi sulla trasformazione delle mansioni e sulla possibilità che il lavoro umano venga progressivamente ridotto. Entrambe le prospettive appartengono al medesimo cambiamento industriale e rendono evidente quanto sia difficile discutere dell’intelligenza artificiale attraverso una contrapposizione semplicistica tra favorevoli e contrari. Il problema riguarda piuttosto il modo in cui queste tecnologie vengono introdotte nei processi produttivi, le condizioni contrattuali che ne regolano l’utilizzo e il valore che continua a essere riconosciuto alle competenze professionali.

Wētā FX e il limite degli algoritmi: il cinema ha ancora bisogno degli artisti

Una posizione particolarmente importante è stata espressa da Kimball Thurston, direttore tecnologico di Wētā FX, società che ha contribuito alla realizzazione di effetti visivi per alcune delle più importanti produzioni cinematografiche internazionali. Thurston ha descritto l’approccio adottato dall’azienda come un utilizzo dell’intelligenza artificiale prevalentemente orientato al supporto degli artisti, evitando che la tecnologia diventi il soggetto principale delle decisioni creative. Secondo questa impostazione, gli strumenti generativi possono fornire rapidamente immagini di riferimento, simulazioni e visualizzazioni preliminari, permettendo a registi e direttori della fotografia di individuare problemi e correggerli prima che il lavoro raggiunga fasi più avanzate. «Ci fornisce, in tempi brevissimi, immagini e visualizzazioni. Quindi, dal punto di vista del regista o del direttore della fotografia, è molto facile individuare gli errori e correggerli», ha spiegato, sottolineando soprattutto il vantaggio rappresentato dalla possibilità di sperimentare più soluzioni in un tempo ridotto.

Il valore dell’intelligenza artificiale, in questa prospettiva, consiste soprattutto nell’eliminazione di una parte delle attività ripetitive, lasciando agli artisti maggiore spazio per concentrarsi sulle scelte che definiscono l’identità visiva di un’opera. «Il nostro obiettivo è ridurre le attività semplici e ripetitive», ha aggiunto Thurston, descrivendo un metodo che cerca di utilizzare l’automazione senza modificare l’intenzione creativa originaria. Il principio assume particolare importanza nel settore degli effetti visivi, dove numerose lavorazioni richiedono procedure tecniche estremamente complesse e ripetute, pur essendo finalizzate a realizzare un risultato concepito da un artista. Automatizzare alcune di queste fasi può aumentare l’efficienza e permettere di dedicare più tempo alla rifinitura, ma la responsabilità di stabilire quale immagine sia giusta per una determinata scena continua a dipendere dalla sensibilità umana. È una distinzione che Wētā FX considera essenziale per evitare che la tecnologia venga interpretata come un sostituto della direzione artistica.

Netflix difende la creatività umana: la vera domanda non è come fare un film, ma perché raccontarlo

Il passaggio più significativo dell’incontro è arrivato quando Sung Q Lee ha riportato la discussione sul significato stesso della narrazione cinematografica. Secondo il dirigente Netflix, ogni grande trasformazione tecnologica ha modificato gli strumenti attraverso i quali vengono realizzati film e serie, senza però sostituire la necessità di una motivazione artistica alla base di ogni racconto. «I cambiamenti tecnologici e i nuovi strumenti hanno aiutato molto a capire “come”, ovvero come miglioriamo ciò che produciamo. Ma non hanno mai risolto il “perché”, ovvero il motivo per cui dobbiamo raccontare questa storia», ha dichiarato, individuando una distinzione fondamentale tra possibilità tecnica e intenzione narrativa. Una tecnologia può rendere più semplice costruire un ambiente, simulare un movimento o realizzare una sequenza visivamente complessa, ma non può stabilire automaticamente quale esperienza emotiva un regista desideri condividere con il pubblico o quale significato attribuire alle azioni dei personaggi.

La riflessione riguarda direttamente il futuro delle piattaforme, perché Netflix è contemporaneamente un grande distributore di contenuti e uno dei soggetti che possono influenzare maggiormente l’organizzazione industriale della produzione audiovisiva internazionale. L’impiego dell’intelligenza artificiale in circa 300 titoli dimostra che il cambiamento non è più limitato a pochi laboratori sperimentali, ma la sua diffusione rende ancora più importante definire principi chiari per l’utilizzo degli strumenti. Il risparmio economico e l’accelerazione delle lavorazioni rappresentano benefici potenzialmente significativi, ma non sono sufficienti a garantire che il pubblico riceva storie migliori. Un film può diventare meno costoso senza diventare più coinvolgente, così come una sequenza può risultare tecnicamente impeccabile senza riuscire a suscitare emozioni. È su questa differenza che si misurerà probabilmente una parte importante del futuro rapporto tra tecnologia e industria dell’intrattenimento.

Lee ha concluso il proprio intervento richiamando proprio il valore dell’esperienza umana. «Ma quando si tratta di trasmettere emozioni, in definitiva, è necessario l’intervento umano. L’intelligenza artificiale può svolgere molti compiti, ma riesce a toccare le emozioni umane? Il tocco umano è fondamentale e indispensabile». È una dichiarazione che assume un significato particolare proprio perché arriva da un dirigente di una società che ha già integrato l’intelligenza artificiale in centinaia di produzioni. Netflix non sembra intenzionata a rinunciare alle opportunità offerte dalla tecnologia, ma presenta il suo impiego come un supporto alle possibilità creative, non come una sostituzione del contributo degli artisti. La differenza tra questa impostazione e le conseguenze concrete sul lavoro dei professionisti dovrà naturalmente essere valutata attraverso il modo in cui le produzioni verranno organizzate nei prossimi anni, perché le dichiarazioni di principio non risolvono automaticamente le questioni legate a occupazione, contratti e responsabilità autoriale.

Il cinema si trova così davanti a una trasformazione che potrebbe modificare profondamente il proprio modello produttivo senza necessariamente cambiare ciò che il pubblico cerca in una storia. Il dato dei 300 titoli Netflix mostra quanto l’intelligenza artificiale sia già diffusa, mentre l’esperienza di Kang Yun-sung suggerisce che il suo impatto economico potrebbe diventare particolarmente rilevante soprattutto nei mercati caratterizzati da budget limitati. Il precedente di Run to the West, però, ricorda che la disponibilità di strumenti avanzati non garantisce automaticamente immagini convincenti o risultati commerciali positivi. La vera sfida non sarà quindi produrre il maggior numero possibile di film con l’IA, ma comprendere quando queste tecnologie permettano di realizzare opere che altrimenti non avrebbero potuto esistere, senza sacrificare il giudizio creativo e le competenze di chi lavora dietro la macchina da presa.

Il futuro dell’industria potrebbe dipendere proprio da questo equilibrio. Le produzioni continueranno a cercare procedure più rapide, costi sostenibili e possibilità visive sempre più ampie, mentre registi, sceneggiatori, attori e artisti dovranno confrontarsi con strumenti destinati a evolversi rapidamente. Netflix ha dimostrato che l’intelligenza artificiale è già entrata nel cinema su larga scala; ciò che resta da stabilire è quanto questa trasformazione migliorerà davvero le storie raccontate. La tecnologia può ridurre le distanze economiche, velocizzare alcune lavorazioni e rendere realizzabili idee considerate troppo ambiziose, ma la capacità di attribuire significato alle immagini rimane il punto sul quale si costruisce la relazione tra un’opera e il suo pubblico. Ed è proprio lì che, almeno secondo i protagonisti dell’incontro di Busan, il cinema continua ad avere bisogno dell’essere umano.

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