Caro mondo crudele, secondo lungometraggio diretto da Niccolò Falsetti e scritto insieme a Francesco Turbanti, Giovanna Vicari e Tommaso Renzoni, è stato presentato il 16 ottobre 2026 alla Festa del Cinema di Roma e arriverà nelle sale italiane il 22 ottobre con Fandango. Ambientato ad Albinia, nella Maremma del 1999, il film racconta la storia di Giovanna, una dodicenne interpretata da Aurora Malianni che vive con la madre Sabrina, interpretata da Petra Valentini, e affronta la solitudine rifugiandosi in un mondo immaginario popolato dagli eroi dei cartoni animati giapponesi. Quando Mirko, il suo unico vero amico, scompare improvvisamente, la ragazza decide di cercarlo senza attendere le spiegazioni degli adulti, trovando un’alleata inattesa in Ludovica, detta il Maglio, interpretata da Tara Trocchia. Dopo l’esordio con Margini nel 2022, Falsetti e Turbanti tornano così a raccontare la provincia e i legami tra persone apparentemente incompatibili, ma questa volta affrontano un territorio emotivo più delicato: il momento in cui l’infanzia comincia a incrinarsi e le storie inventate per proteggersi non riescono più a tenere lontana la realtà.
L’ambientazione alla fine degli anni Novanta potrebbe far pensare a un film costruito principalmente sulla nostalgia generazionale. Ci sono le biciclette e i motorini, le giacche di jeans, gli zaini Invicta, le canzoni ascoltate alla televisione e un rapporto con il tempo profondamente diverso da quello degli adolescenti contemporanei. Eppure il 1999 non funziona soltanto come un repertorio di oggetti e ricordi, ma come una condizione narrativa precisa. È un’epoca nella quale le informazioni non sono immediatamente disponibili, le distanze sembrano più grandi e la scomparsa improvvisa di una persona può trasformarsi in un mistero difficile da comprendere, soprattutto per una ragazzina. Giovanna non dispone degli strumenti necessari per verificare ogni cosa, né può contare su adulti disposti a offrirle spiegazioni soddisfacenti. Deve quindi osservare, immaginare, interpretare comportamenti e cercare aiuto dove non avrebbe mai pensato di trovarlo. Falsetti utilizza questa distanza tra conoscenza e immaginazione per raccontare una fase della crescita nella quale il mondo comincia a perdere la propria apparente semplicità, ma conserva ancora la possibilità di essere affrontato attraverso il gioco, l’amicizia e la fantasia.

Giovanna e Ludovica, un’amicizia improbabile che diventa il cuore del film
La forza di Caro mondo crudele nasce soprattutto dal rapporto tra Giovanna e Ludovica, due personaggi che sembrano appartenere a universi differenti. La prima ha dodici anni, fatica a trovare un posto tra i compagni e affronta le difficoltà attraverso una fantasia particolarmente sviluppata. La seconda è più grande, ha accumulato bocciature, conosce le regole non scritte della provincia e affronta gli altri attraverso un atteggiamento provocatorio che sembra progettato per non mostrare mai debolezza. Ludovica porta occhiali scuri, possiede un linguaggio diretto e si muove con una sicurezza che agli occhi di Giovanna appare quasi incomprensibile. Il loro incontro non nasce da un’affinità immediata, ma da una necessità concreta: trovare Mirko, scomparso senza lasciare spiegazioni convincenti. Il contrasto tra le due permette alla storia di svilupparsi attraverso situazioni comiche e momenti di autentica vulnerabilità, evitando che la ricerca dell’amico diventi un semplice espediente per attraversare luoghi e incontrare personaggi eccentrici.
Aurora Malianni e Tara Trocchia rappresentano il principale punto di forza interpretativo del film. Malianni costruisce Giovanna attraverso uno sguardo nel quale convivono curiosità, paura e ostinazione, restituendo la complessità di una ragazzina che vorrebbe essere considerata grande, ma continua ad avere bisogno delle certezze dell’infanzia. Il personaggio non viene idealizzato attraverso un’innocenza artificiale: può essere impacciato, testardo, incapace di leggere correttamente le intenzioni degli altri e disposto a inventare spiegazioni pur di non accettare ciò che non comprende. Tara Trocchia, invece, conferisce a Ludovica un’energia differente, trasformando quella che inizialmente potrebbe sembrare una figura marginale o antagonista in una presenza progressivamente indispensabile. Il suo personaggio conosce alcuni aspetti della vita che Giovanna sta appena iniziando a scoprire, ma questa maggiore esperienza non coincide con una maturità definitiva. Anche Ludovica è una ragazza che sta cercando di capire quale posto occupare nel mondo, e il rapporto con Giovanna finisce per mettere in discussione la sicurezza dietro la quale sembra nascondersi.
La sceneggiatura dimostra una sensibilità particolare nel costruire questa relazione senza ricorrere continuamente a dichiarazioni esplicite. I personaggi si conoscono attraverso i comportamenti, le piccole incomprensioni, i tentativi di imporsi l’una sull’altra e le situazioni nelle quali sono costretti a collaborare. L’amicizia non viene presentata come una soluzione immediata alla solitudine, ma come un rapporto che nasce dalla capacità di riconoscere nell’altro una fragilità differente dalla propria. È un aspetto che permette al film di superare alcune convenzioni del racconto adolescenziale, dove l’incontro tra personaggi opposti viene spesso utilizzato per costruire una trasformazione troppo ordinata e prevedibile. Giovanna e Ludovica non smettono improvvisamente di essere ciò che sono, ma imparano a osservare il mondo attraverso esperienze e sensibilità differenti. Il percorso assume così i tratti di un’avventura condivisa, nella quale la ricerca di Mirko offre una direzione narrativa mentre il significato più profondo emerge progressivamente dai rapporti personali.

Il padre immaginario e Zerocalcare: quando i cartoni animati aiutano a sopravvivere al dolore
Uno degli elementi più significativi del film riguarda il rapporto di Giovanna con il padre, morto quando lei era ancora più piccola. La sua assenza attraversa la vita della protagonista senza ridursi a un ricordo lontano, perché Giovanna continua a immaginarlo accanto a sé nei momenti nei quali ha bisogno di incoraggiamento o protezione. Nella sua fantasia, l’uomo assume le sembianze di un eroe dei cartoni animati giapponesi, una figura dotata di caratteristiche straordinarie che può intervenire quando la realtà diventa troppo difficile da affrontare. Il lutto viene così raccontato attraverso uno degli strumenti più naturali dell’infanzia: la capacità di trasformare le persone amate in personaggi di storie che continuano a esistere anche quando la loro presenza fisica è scomparsa. Falsetti non utilizza questa dimensione per negare il dolore, ma per mostrare come una bambina possa tentare di convivere con qualcosa che non possiede ancora gli strumenti emotivi per comprendere pienamente.
Le sequenze animate nascono dal lavoro di Zerocalcare, responsabile del concept e del character design, con la regia tecnica di Giorgio Scorza, e costituiscono una componente importante dell’identità visiva del film. L’animazione permette di rendere visibile la fantasia di Giovanna senza costringerla a essere spiegata attraverso dialoghi o ricostruzioni realistiche. Il riferimento agli anime che popolavano i pomeriggi televisivi degli anni Novanta non svolge soltanto una funzione nostalgica, perché entra direttamente nel modo in cui la protagonista interpreta la perdita e cerca di attribuire un significato agli eventi. Gli eroi immaginari diventano una lingua attraverso la quale affrontare ciò che gli adulti non riescono a chiarire, mentre la distanza tra il mondo animato e quello reale restituisce il progressivo cambiamento della percezione infantile. È una scelta che amplia le possibilità del racconto, permettendo alla fantasia di avere una presenza cinematografica concreta senza trasformare il film in una favola. Le animazioni non cancellano la sofferenza, ma mostrano quanto l’immaginazione possa costituire una forma di resistenza emotiva davanti a un’esperienza che sembra impossibile da controllare.

Il rapporto tra Giovanna e Sabrina, interpretata da Petra Valentini, aggiunge una dimensione ulteriore. La madre deve affrontare contemporaneamente il proprio dolore e la responsabilità di crescere una figlia che comincia a chiedere risposte sempre più complesse, mentre la comunicazione tra le due non riesce sempre a colmare la distanza generazionale. È proprio questa difficoltà a offrire al film una delle sue osservazioni più riconoscibili: gli adulti possono amare profondamente i bambini e, nello stesso tempo, non trovare le parole giuste per spiegare loro ciò che accade. Le omissioni e le mezze verità non nascono necessariamente dalla volontà di ingannare, ma talvolta dall’incapacità di affrontare domande che provocano paura anche a chi dovrebbe possedere maggiore esperienza. Falsetti evita di trasformare il mondo adulto in un antagonista indistinto, scegliendo piuttosto di mostrarne l’inadeguatezza e le contraddizioni. La crescita di Giovanna comincia proprio quando comprende che le persone grandi non sono necessariamente depositarie di una verità completa, e che il loro silenzio può essere espressione di fragilità anziché di indifferenza.

La Maremma del 1999 tra musica, provincia e memoria collettiva
Dopo aver raccontato in Margini la frustrazione e le aspirazioni di un gruppo di musicisti punk, Falsetti e Turbanti tornano a utilizzare la provincia toscana come elemento fondamentale della propria scrittura. Il territorio non rappresenta semplicemente uno sfondo riconoscibile, ma condiziona concretamente i rapporti tra i personaggi, le loro possibilità e il modo nel quale interpretano gli eventi. La dimensione ristretta di Albinia, con luoghi frequentati abitualmente dalle stesse persone e relazioni difficili da evitare, rende più evidente la solitudine della protagonista, ma permette anche la nascita di un’amicizia che difficilmente si sarebbe sviluppata nelle stesse condizioni altrove. La provincia diventa uno spazio nel quale tutti sembrano conoscersi, ma nel quale molte cose rimangono ugualmente incomprese, soprattutto agli occhi di chi sta attraversando il passaggio tra l’infanzia e l’adolescenza.
L’ambientazione nel 1999 contribuisce a definire questo universo attraverso un insieme di dettagli quotidiani che non hanno bisogno di essere continuamente sottolineati. Il motorino, i programmi televisivi, le prime sigarette e gli oggetti scolastici appartengono a un’epoca facilmente riconoscibile per una parte del pubblico, ma il film non sembra interessato a trasformarli in semplici richiami nostalgici. Ciò che conta è la condizione emotiva associata a quegli oggetti, il desiderio di essere accettati, la paura di rimanere esclusi, la curiosità verso ciò che appartiene al mondo dei più grandi e la sensazione che ogni esperienza possa avere un’importanza definitiva. La scelta dell’ultimo anno del Novecento introduce inoltre un significato simbolico evidente: il mondo sta per attraversare una trasformazione culturale e tecnologica importante, mentre Giovanna si trova alla vigilia di un cambiamento altrettanto radicale nella propria esperienza personale. La fine di un’epoca e quella dell’infanzia procedono parallelamente, senza che il film abbia bisogno di trasformare questo accostamento in una metafora continuamente dichiarata.
Anche le scelte tecniche partecipano alla costruzione di questa atmosfera. La fotografia di Alessandro Veridiani valorizza le caratteristiche dei luoghi e ricerca una consistenza visiva capace di restituire la memoria di un periodo senza farla apparire artificiosamente perfetta. I costumi di Ginevra De Carolis contribuiscono alla definizione sociale dei personaggi, mentre le musiche originali di Giancane accompagnano la vicenda con una sensibilità vicina al mondo già esplorato da Falsetti e Turbanti. Il risultato è un’identità estetica riconoscibile, nella quale gli elementi culturali degli anni Novanta si integrano nel racconto senza diventare l’unico motivo di interesse. Il film dimostra che la ricostruzione di un’epoca funziona soprattutto quando permette di comprendere il comportamento delle persone, anziché limitarsi a mostrare oggetti destinati a suscitare ricordi. La nostalgia rimane presente, ma viene continuamente attraversata da una malinconia che impedisce di idealizzare completamente il passato.

Il verdetto: un film di formazione che trova nella scrittura la propria forza
Caro mondo crudele conferma la capacità di Niccolò Falsetti e Francesco Turbanti di costruire racconti popolari senza rinunciare alla complessità emotiva dei personaggi. Rispetto a Margini, il nuovo film affronta una materia più delicata, nella quale l’ironia e l’energia dell’amicizia devono convivere con la perdita, la solitudine e l’esperienza di una verità difficile da accettare. La sceneggiatura, sviluppata insieme a Giovanna Vicari e Tommaso Renzoni, trova il proprio equilibrio soprattutto nella relazione tra Giovanna e Ludovica, evitando di trasformare la crescita in un percorso scandito da insegnamenti espliciti. I personaggi imparano attraverso ciò che accade, ma non ricevono risposte capaci di risolvere definitivamente le proprie difficoltà. È questa imperfezione a rendere il film convincente, perché il passaggio dall’infanzia all’adolescenza raramente coincide con un momento preciso o con una scoperta che permette improvvisamente di comprendere tutto. Molto più spesso consiste nell’accorgersi che le persone amate possono mancare, gli adulti possono sbagliare e le amicizie possono cambiare senza che esista un modo semplice per prepararsi a questi eventi.
Il principale merito del film è quello di mantenere un legame costante tra leggerezza e sofferenza. Le situazioni comiche non cancellano il dolore, così come i momenti più drammatici non impediscono ai personaggi di comportarsi da adolescenti, commettendo errori, cercando approvazione e inseguendo idee apparentemente irragionevoli. Aurora Malianni offre una protagonista credibile, capace di sostenere una storia che dipende in larga parte dalla sua percezione del mondo, mentre Tara Trocchia costruisce una presenza energica e sorprendentemente vulnerabile. Petra Valentini aggiunge profondità alla dimensione familiare, evitando che il rapporto tra madre e figlia venga ridotto a un semplice ostacolo nel percorso della protagonista. L’inserimento delle animazioni di Zerocalcare rappresenta poi una scelta particolarmente efficace per raccontare il rapporto tra fantasia e memoria, dando forma a un’esperienza emotiva che difficilmente avrebbe trovato la stessa immediatezza attraverso una ricostruzione esclusivamente realistica. Il limite, semmai, riguarda la quantità di temi che il film cerca di tenere insieme, perché la scomparsa dell’amico, il lutto familiare, il bullismo, l’amicizia e il cambiamento generazionale rischiano occasionalmente di sovrapporsi, chiedendo alla narrazione di sostenere più significati di quanti riesca a svilupparne con la medesima profondità.

Si tratta tuttavia di una riserva che non compromette il valore complessivo dell’opera. Caro mondo crudele possiede una qualità rara nel cinema di formazione: riesce a guardare l’infanzia senza considerarla un periodo necessariamente felice e l’adolescenza senza trasformarla soltanto in una stagione di ribellione. Giovanna vive in un mondo nel quale esistono già perdita, esclusione e incomprensione, ma conserva la possibilità di affrontarli attraverso i legami che costruisce. La ricerca di Mirko assume così un significato più profondo della semplice soluzione di un mistero, diventando il percorso attraverso il quale una ragazza comincia a confrontarsi con ciò che gli altri non possono spiegare al suo posto. Falsetti e Turbanti trovano in questa esperienza una materia narrativa profondamente umana, capace di parlare sia agli spettatori che ricordano il 1999 sia a quelli che non lo hanno vissuto. Perché il centro del film non è il rimpianto per un’epoca scomparsa, ma la scoperta che crescere significa imparare a convivere con domande alle quali nessuno può garantire una risposta.

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