C’era un rischio enorme dietro un progetto come Hanno ucciso l’Uomo Ragno: trasformare la storia degli 883 in una semplice operazione nostalgia, infilando qualche tormentone degli anni Novanta tra motorini, giubbotti improbabili e poster attaccati alle pareti. È successo esattamente il contrario. Sydney Sibilia e il gruppo creativo della serie erano riusciti a prendere una vicenda entrata nell’immaginario collettivo italiano e a restituirle qualcosa che sembrava impossibile: l’incertezza.
Perché tutti conoscevamo già Max Pezzali, Mauro Repetto e ciò che sarebbero diventati. Eppure, guardando quei due ragazzi muoversi tra Pavia, sogni enormi e una quantità considerevole di improvvisazione, sembrava davvero che tutto potesse ancora andare diversamente.
Due anni dopo si torna lì. Nord Sud Ovest Est, dal 9 ottobre su Sky e in streaming su NOW, raccoglie esattamente quel testimone e porta la storia degli 883 nel momento in cui il sogno smette definitivamente di essere un gioco. Il successo è arrivato, i dischi vendono, l’Italia conosce le loro canzoni. Ed è proprio quando tutto sembra finalmente funzionare che qualcosa comincia a rompersi.

Max e Mauro, quando il successo cambia tutto
La nuova storia riparte idealmente da una domanda lasciata sospesa alla fine della precedente serie. Mauro guarda il proprio ruolo negli 883 e si chiede, in sostanza, quale sia davvero il suo posto. Max canta. Mauro salta, balla, trascina, riempie il palco. Ma quando il progetto diventa una macchina professionale e i concerti acquistano una dimensione completamente diversa, quella divisione apparentemente innocua comincia a pesare.
Sappiamo come finirà. Mauro Repetto lascerà gli 883 e Max Pezzali continuerà senza di lui. È uno di quei casi in cui lo spoiler appartiene alla cultura popolare prima ancora che alla serie. Nord Sud Ovest Est non prova quindi a costruire suspense attorno all’esito, ma attorno al percorso che condurrà fin lì.
Ed è una scelta molto più interessante. Il secondo album, quello che dà il titolo alla serie, diventa il punto attorno al quale cambia l’intero universo dei protagonisti. Max e Mauro non sono più soltanto due ragazzi di Pavia che cercano disperatamente qualcuno disposto ad ascoltare le loro canzoni. Sono diventati gli 883. E quando arriva il successo, improvvisamente diventano possibili cose che fino a poco tempo prima sembravano appartenere soltanto all’immaginazione.

Concerti, videoclip, viaggi, nuovi incontri, l’America. Tutto si allarga. Il problema è capire se anche loro riescano ad allargarsi abbastanza da contenerlo.
Nord Sud Ovest Est racconta soprattutto un’amicizia
Dietro le canzoni e dietro il mito degli 883 continua infatti a esserci quella che era già la vera forza della prima serie: la relazione tra Max e Mauro.
La musica resta fondamentale, ma funziona soprattutto perché permette di osservare due ragazzi mentre cambiano. Il successo li porta lontano dalla quotidianità che li aveva costruiti e li obbliga a confrontarsi con identità nuove. Non sono più soltanto amici che condividono una passione. Sono colleghi, soci, personaggi pubblici e componenti di un fenomeno musicale diventato improvvisamente gigantesco.

È qui che la serie trova il suo conflitto più interessante. Max e Mauro continuano a riconoscersi l’uno nell’altro mentre tutto ciò che li circonda li invita a diventare qualcun altro.
Per Repetto la questione diventa inevitabilmente ancora più delicata. Il suo ruolo all’interno degli 883 era già difficile da definire quando il progetto era piccolo; diventa quasi impossibile ignorarlo quando davanti ci sono migliaia di persone e l’industria discografica pretende che ogni elemento abbia una funzione precisa. Quello che un tempo sembrava il tratto più folle e irresistibile del duo comincia così a trasformarsi in una domanda esistenziale.
Gli anni Novanta tornano senza diventare una cartolina
C’è poi un elemento che aveva reso particolarmente efficace Hanno ucciso l’Uomo Ragno e che Nord Sud Ovest Est conserva senza trasformarlo in maniera artificiosa: gli anni Novanta.
La serie non si limita a disseminare lo schermo di oggetti riconoscibili per strappare allo spettatore il classico “ce l’avevo anch’io”. Ricostruisce invece un’atmosfera. Una velocità differente, un modo diverso di vivere la musica, i rapporti e perfino il successo.

Per chi quegli anni li ha attraversati, alcuni dettagli arrivano quasi senza bisogno di essere spiegati. Per chi è nato dopo, diventano invece elementi di un mondo sorprendentemente distante da quello attuale.
È un equilibrio difficile, perché la nostalgia può facilmente diventare una scorciatoia narrativa. Qui viene utilizzata diversamente: non per dire che prima fosse tutto migliore, ma per restituire il contesto nel quale una storia come quella degli 883 poteva nascere.
Pavia resta quindi importante anche quando Max e Mauro cominciano ad allontanarsene. È il punto zero da cui misurare quanto siano cambiati.
La musica non accompagna la storia: diventa la storia
Naturalmente Nord Sud Ovest Est vive di musica. Sarebbe impossibile il contrario.
Ci sono le canzoni degli 883, alcune delle quali prendono forma davanti allo spettatore intrecciandosi con esperienze e situazioni vissute dai protagonisti. Ma ci sono anche i suoni che attraversavano quegli anni: dai Radiohead agli Smashing Pumpkins fino ai Cranberries e ad altri riferimenti che la serie inserisce senza usarli semplicemente come decorazione.

La scelta interessante è proprio questa. Le canzoni non servono soltanto a collocare temporalmente una scena. In diversi momenti raccontano qualcosa dei personaggi, anticipano un’emozione oppure diventano parte attiva del rapporto tra Max e Mauro.
Gli sceneggiatori Francesco Agostini, Marco Pettenello e Sydney Sibilia continuano inoltre a muoversi liberamente lungo quella frontiera tra biografia e invenzione che aveva già caratterizzato il primo capitolo. La cronaca fornisce i punti fermi; tutto quello che esiste tra un punto e l’altro diventa terreno narrativo. Ed è probabilmente la decisione che permette alla serie di funzionare così bene.
Elia Nuzzolo e Matteo Oscar Giuggioli sono diventati Max e Mauro
Una parte enorme della credibilità dell’operazione continua però a poggiare sulle spalle di Elia Nuzzolo e Matteo Oscar Giuggioli.
Il primo restituisce a Max quella combinazione di timidezza, ironia e ostinazione che aveva già reso irresistibile il personaggio. Il secondo continua invece a costruire un Mauro Repetto costantemente sopra le righe senza ridurlo mai alla macchietta che sarebbe facilissimo farne. Insieme possiedono soprattutto qualcosa che non si può simulare facilmente: un’affinità credibile.

Dopo gli episodi della prima serie e quelli di Nord Sud Ovest Est, accade quasi qualcosa di curioso. Non stiamo più semplicemente guardando due attori interpretare Max Pezzali e Mauro Repetto. Sono diventati la versione narrativa di Max e Mauro appartenente a questo universo, con un’identità ormai autonoma rispetto alle persone reali. Ed è probabilmente il più grande complimento possibile per una serie biografica.
Conosciamo già il finale, ma continuiamo a sperare che non accada
La vera forza di Nord Sud Ovest Est emerge però da un paradosso. Sappiamo perfettamente cosa succederà. Sappiamo che arriverà il momento della separazione. Sappiamo che Mauro sceglierà un’altra strada e che Max continuerà quella degli 883. Non esiste alcun mistero storico da risolvere.
Eppure, mentre li guardiamo insieme, una parte di noi comincia comunque a sperare che questa volta possa andare diversamente.

Che Mauro trovi finalmente il proprio spazio. Che Max riesca a trattenerlo. Che quei due ragazzi continuino a salire sul palco insieme, uno davanti al microfono e l’altro intento a trasformare ogni canzone in uno spettacolo improbabile. Naturalmente non può accadere.
Ma quando una serie riesce a far dimenticare allo spettatore per qualche momento qualcosa che conosce da trent’anni, significa che ha centrato perfettamente il proprio obiettivo.
Nord Sud Ovest Est non racconta soltanto come gli 883 siano diventati enormi. Racconta il momento molto più fragile in cui due amici scoprono che realizzare insieme un sogno non significa necessariamente poter continuare a viverlo insieme. Ed è proprio per questo che, nonostante conosciamo già ogni nota del finale, vorremmo ancora poter cambiare canzone.

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