Balcanica, recensione: la frontiera più dura è quella che trasforma l’attesa in una non vita

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Due musicisti afghani attraversano la rotta balcanica con i propri strumenti come unico patrimonio, mentre una giovane dottoressa italiana tenta di assistere chi arriva esausto al confine tra Slovenia e Italia: Balcanica, opera prima di Nicola Sorcinelli nelle sale dall’8 ottobre con Fandango, costruisce su questo incontro un dramma sull’emigrazione che evita quasi sempre il ricatto emotivo e preferisce osservare corpi stanchi, piedi feriti, silenzi e tempi morti. Presentato in concorso alle Giornate degli Autori di Venezia 2026, dove ha conquistato il Premio del Pubblico e il Premio Carlo Lizzani, il film segue Nazar e Jalil, padre e figlio costretti a lasciare l’Afghanistan dopo la messa al bando della musica, e Greta, medico impegnata nel soccorso ai migranti. Sorcinelli non cerca di spiegare l’intero fenomeno migratorio né di costruire una rappresentazione neutrale delle sue implicazioni politiche: sceglie deliberatamente di stare vicino a chi attraversa il confine e a chi prova ad assisterlo, concentrandosi sul costo umano del viaggio. È una prospettiva parziale, dichiarata, ma proprio questa precisione dello sguardo permette al film di essere molto più efficace quando rinuncia alla tesi e lascia parlare ciò che accade davanti alla macchina da presa.

Babak Karimi interpreta Nazar, direttore d’orchestra che continua a considerare la musica una necessità anche quando ogni passo diventa più difficile, mentre Ivar Wafaei è Jalil, giovane suonatore di tuba costretto a trasformarsi progressivamente nel punto di equilibrio della coppia. Matilda De Angelis presta invece il volto a Greta, volontaria alla sua prima missione umanitaria e figura attraverso cui il film osserva anche un’altra forma di impotenza: quella di chi dispone di medicine, coperte e competenze, ma non del potere di modificare il sistema dentro il quale quelle persone rimangono intrappolate. Sorcinelli e Andrea Brusa costruiscono la sceneggiatura su questa doppia prospettiva senza trasformare immediatamente i tre protagonisti in simboli. Prima che migranti, soccorritori o categorie politiche, sono individui costretti a decidere che cosa sacrificare per continuare a muoversi.

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Balcanica trova la sua forza quando il viaggio finisce e comincia l’attesa

La prima parte possiede inevitabilmente il movimento del road movie. Nazar e Jalil attraversano montagne, boschi e percorsi impervi insieme ad altre persone che cercano di arrivare verso l’Europa occidentale. Sorcinelli filma il viaggio evitando di trasformarlo in avventura: non c’è romanticismo nel paesaggio, perché ogni spazio aperto coincide con fatica, vulnerabilità e possibilità di essere respinti. La regia rimane vicina ai corpi e utilizza spesso dettagli apparentemente modesti — una ferita, una scarpa, il peso di uno strumento trasportato per chilometri — per restituire ciò che le statistiche sull’immigrazione inevitabilmente cancellano. La rotta balcanica non viene così spiegata attraverso mappe o lunghe esposizioni, ma attraverso la sensazione concreta di quanto sia difficile percorrerla.

È però quando il film interrompe il movimento che trova la sua idea migliore. L’arrivo in una struttura di prima accoglienza non coincide con la fine del viaggio, bensì con l’inizio di una condizione ancora più ambigua. Nazar e Jalil ricevono cure, un tetto e cibo, ma vengono inghiottiti da un tempo senza coordinate. I grandi spazi naturali cedono il posto a stanze e corridoi, e il viaggio fisico diventa amministrativo. Il confine smette di essere soltanto una linea geografica e si trasforma in attesa.

È proprio questa “non vita” a dare a Balcanica il suo nucleo più doloroso. Sorcinelli comprende che l’esperienza del migrante non è fatta soltanto del momento spettacolare della fuga, del pericolo immediato o dell’attraversamento clandestino. Esiste anche un tempo infinitamente meno cinematografico e forse più devastante: quello durante il quale non si può tornare indietro ma nemmeno andare avanti. Il film rallenta deliberatamente per costringere lo spettatore a percepire quella sospensione, e il rischio di perdere ritmo diventa in parte uno strumento narrativo. Non sempre l’equilibrio è perfetto, ma l’idea è forte perché rifiuta di trasformare tutto il racconto in una successione di minacce.

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In questo passaggio emerge anche una delle contraddizioni più interessanti tra padre e figlio. Nazar conserva un impulso quasi ostinato verso il movimento, alimentato dalla convinzione che fermarsi significhi rinunciare alla possibilità di tornare a suonare. Jalil, invece, deve misurarsi più concretamente con l’età e le condizioni fisiche del padre. Il rapporto si ribalta lentamente: il giovane che dovrebbe dipendere dall’adulto finisce per doverne contenere il desiderio, diventando responsabile della sua sopravvivenza. Karimi e Wafaei lavorano molto bene su questa trasformazione senza bisogno di grandi dichiarazioni, lasciando che siano soprattutto gesti, silenzi e sguardi a raccontare il progressivo spostamento delle responsabilità.

La musica è l’unica cosa che il confine non riesce a sequestrare

La scelta di rendere Nazar e Jalil musicisti potrebbe facilmente essere diventata una metafora troppo evidente. Sorcinelli la utilizza invece con una certa misura. I loro strumenti sono oggetti ingombranti, quasi assurdi da portarsi dietro lungo una traversata di quel tipo, e proprio per questo rappresentano ciò che i personaggi rifiutano di lasciare. Non sono soltanto strumenti professionali, ma la prova materiale dell’identità che possedevano prima di diventare, agli occhi di chi li incontra, semplicemente “migranti”.

È uno degli aspetti più riusciti del film perché interrompe quella riduzione che spesso accompagna il racconto pubblico dell’emigrazione. Nazar era un direttore d’orchestra prima di essere un uomo in fuga; Jalil suonava la tuba prima di diventare qualcuno che deve superare clandestinamente una frontiera. Balcanica prova continuamente a restituire un passato alle persone che racconta, ricordando che nessuno nasce dentro la categoria con cui verrà successivamente identificato.

Il concerto improvvisato che nasce nel corso del film diventa così meno un espediente sentimentale di quanto avrebbe potuto essere. La musica non cancella le frontiere né risolve i problemi burocratici, ma restituisce per qualche minuto ai due uomini un ruolo che non coincide con quello di persone da curare o controllare. È forse l’unico momento nel quale il film permette loro di esistere interamente fuori dal viaggio.

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Anche il titolo lavora implicitamente in questa direzione. Balcanica non indica soltanto un percorso geografico, ma una zona di passaggio in cui identità diverse vengono temporaneamente compresse dentro la stessa esperienza. Sorcinelli cerca di romperla concentrandosi sui dettagli individuali e sull’idea che la dignità non possa essere ridotta a una concessione istituzionale.

Matilda De Angelis evita di trasformare Greta nella salvatrice

Greta è forse il personaggio più difficile da gestire perché rischia continuamente di diventare il punto di accesso privilegiato per lo spettatore italiano, quella figura attraverso cui un pubblico occidentale viene guidato dentro una sofferenza percepita come distante. Il film evita però, almeno per gran parte del tempo, di attribuirle il ruolo della salvatrice.

Matilda De Angelis la interpreta come una donna competente ma impreparata alla frustrazione concreta del lavoro sul campo. Greta può curare una ferita, somministrare farmaci o trovare una coperta, ma non può modificare tempi, permessi, confini e procedure. La sua rabbia nasce precisamente da questa sproporzione tra ciò che umanamente vorrebbe fare e ciò che istituzionalmente le è consentito fare.

È una scelta importante perché impedisce al film di trasformare la solidarietà in eroismo. Greta aiuta, ma non risolve. E spesso deve accettare che il proprio intervento rappresenti soltanto una tregua all’interno di un percorso molto più grande di lei.

Sorcinelli utilizza anche il rapporto crescente tra Greta e Jalil senza spingerlo troppo verso una struttura sentimentale convenzionale. C’è simpatia, vicinanza e la possibilità di un legame, ma il film sembra interessato soprattutto alla frizione tra due persone che possono incontrarsi davvero soltanto per un intervallo molto limitato, prima che le rispettive posizioni tornino a imporsi. Lei può entrare e uscire dal centro; lui no. È una differenza semplice, ma sufficiente a impedire che l’avvicinamento venga trattato come una parentesi romantica capace di correggere magicamente ciò che accade intorno.

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La stessa De Angelis compare anche tra i produttori associati del progetto, mentre il cast principale comprende Babak Karimi, Ivar Wafaei e Giovanni Toscano. Il film è una coproduzione tra Italia, Serbia e Croazia e dura 86 minuti, una misura particolarmente utile a un racconto che punta sulla concentrazione più che sull’espansione.

Quando Balcanica mostra la propria tesi perde un po’ della sua forza

Il film è molto chiaro sulla prospettiva che sceglie. Non costruisce un confronto tra posizioni differenti sull’immigrazione né prova a rappresentare tutte le questioni politiche, economiche o di sicurezza legate ai flussi migratori. Il suo campo è quello dell’esperienza umana dei migranti e dei volontari che li assistono. È una scelta legittima per un’opera narrativa, purché non venga confusa con l’ambizione di offrire un’analisi complessiva del fenomeno.

Il problema emerge nei momenti in cui Sorcinelli sembra fidarsi meno delle immagini e sente la necessità di esplicitare il proprio messaggio. Fino a quel momento Balcanica ha già mostrato tutto ciò di cui ha bisogno: uomini stremati, volontari impotenti, attese indefinite e persone ridotte a procedure. Quando il finale accentua maggiormente la posizione politica del film, il rischio è quello di ridurre una complessità che la regia aveva invece saputo far percepire attraverso situazioni concrete.

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Non si tratta di contestare la direzione del racconto, quanto di osservare che Balcanica è più convincente quando mostra che quando dimostra. I suoi momenti migliori non hanno bisogno di spiegare allo spettatore come sentirsi, perché la distanza tra un musicista che vuole arrivare a un concerto e il corpo esausto che vediamo davanti a noi è già sufficiente a produrre una risposta.

È anche ciò che distingue il film da molte opere animate dalle migliori intenzioni ma incapaci di uscire dal didascalismo. Sorcinelli possiede uno sguardo asciutto e una certa fiducia nei propri attori, e ogni volta che lascia loro spazio il racconto acquista complessità.

Un’opera prima piccola che sa esattamente dove guardare

Balcanica non possiede le dimensioni né l’ambizione produttiva di un grande film sull’emigrazione. E forse non ne ha bisogno. La sua forza è precisamente la riduzione: due musicisti, una dottoressa, una frontiera e un numero limitato di spazi attraverso cui osservare un fenomeno enorme.

La fotografia di Damjan Radovanović utilizza bene tanto gli spazi naturali quanto gli interni della struttura d’accoglienza, mentre la musica di Michele Braga accompagna il racconto senza trasformare continuamente la sofferenza in sottolineatura emotiva. Sorcinelli preferisce una regia funzionale, poco esibita, coerente con un film che vuole mettere il corpo umano prima dello stile.

Il riconoscimento ottenuto alle Giornate degli Autori non sorprende. Balcanica ha vinto sia il Premio del Pubblico sia il Premio Carlo Lizzani, quest’ultimo assegnato dagli esercenti al film italiano ritenuto particolarmente meritevole di attenzione nella programmazione in sala. Non sono premi che rendono automaticamente migliore un film, ma raccontano bene la sua capacità di costruire un rapporto immediato con chi guarda senza ricorrere quasi mai allo spettacolo.

Il debutto di Nicola Sorcinelli possiede difetti evidenti: qualche semplificazione, una prospettiva deliberatamente unilaterale e un finale che tende a esplicitare ciò che le immagini avevano già comunicato con maggiore efficacia. Ma ha anche una qualità meno comune: non trasforma la sofferenza delle persone che racconta in scenografia.

Nazar e Jalil non diventano interessanti perché rappresentano i migranti. Diventano interessanti perché sono un padre e un figlio, due musicisti, due persone che litigano, hanno paura, sperano e continuano a portare con sé strumenti pesanti anche quando sarebbe infinitamente più semplice abbandonarli.

È lì che Balcanica trova il proprio senso più autentico. Non nel tentativo di spiegare tutto ciò che significa attraversare una frontiera, ma nel ricordare cosa rischia di essere dimenticato quando chi la attraversa diventa soltanto un numero.

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