L’estranea, recensione: l’amore di una madre diventa il più spaventoso degli incubi

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L’estranea, il nuovo film scritto e diretto da Paolo Strippoli insieme allo sceneggiatore Salvatore De Chirico, è arrivato nei cinema italiani l’8 ottobre 2026 con la distribuzione di 01 Distribution, dopo la presentazione in concorso alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Interpretato da Jasmine Trinca, Valeria Bruni Tedeschi, Romana Maggiora Vergano e Adriano Giannini, il lungometraggio di 115 minuti racconta le conseguenze di un patto misterioso che ha segnato per decenni la vita di una famiglia apparentemente privilegiata. Scelto per rappresentare l’Italia nella selezione per l’Oscar al miglior film internazionale, il progetto conferma la volontà del regista pugliese di utilizzare il cinema dell’orrore per interrogare le contraddizioni più profonde dei rapporti umani. Al centro non c’è soltanto una presenza demoniaca, ma una questione assai più difficile da affrontare: fino a quale punto l’amore per i propri figli può giustificare decisioni che condizionano irrimediabilmente la loro esistenza?

La storia si sviluppa attorno ad Anna Colonna, una donna che ha costruito la propria identità sulla convinzione di aver garantito alla famiglia un’esistenza felice e al riparo dalle sofferenze. Quando decide di raggiungere la figlia Alice, ormai adulta, per confessarle una verità rimasta nascosta per molti anni, il passato irrompe nel presente e costringe entrambe a confrontarsi con il significato delle scelte compiute. Attraverso il racconto di Anna, il film ricostruisce le vicende della famiglia Colonna e il rapporto con un’enigmatica figura femminile, interpretata da Valeria Bruni Tedeschi, la cui presenza sembra mettere continuamente in discussione le regole della realtà. L’orrore nasce progressivamente dalla distanza tra ciò che Anna ritiene di aver fatto per amore e le conseguenze delle sue azioni, in una narrazione che trasforma la paura soprannaturale in uno strumento per raccontare il peso della responsabilità genitoriale.

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Una famiglia perfetta può nascondere il peggiore degli orrori

L’aspetto più interessante de L’estranea risiede nella sua interpretazione della famiglia come luogo nel quale protezione e sopraffazione possono assumere forme sorprendentemente simili. Anna non appartiene alla categoria dei personaggi mossi da una malvagità immediatamente riconoscibile. La sua ossessione nasce da un desiderio che potrebbe apparire persino comprensibile: impedire che le persone amate conoscano il dolore. È proprio questa motivazione a rendere il personaggio profondamente inquietante, perché il bisogno di assicurare la felicità ai figli si trasforma in una pretesa di controllo assoluto, nella quale la libertà individuale viene progressivamente sacrificata in nome di un bene superiore stabilito da qualcun altro.

Strippoli costruisce il conflitto evitando di separare nettamente le intenzioni dalle loro conseguenze. Una madre può essere sinceramente convinta di agire nell’interesse della propria famiglia e, contemporaneamente, diventare responsabile di una violenza che non riconosce come tale. Il film affronta questa contraddizione attraverso un universo nel quale il benessere economico, la reputazione sociale e l’apparente armonia domestica assumono un valore quasi religioso. La villa dei Colonna rappresenta il risultato visibile di un’esistenza costruita per essere ammirata, ma dietro quell’immagine si nasconde un sistema di aspettative che non ammette imperfezioni. La famiglia non deve semplicemente essere felice: deve corrispondere a un modello di felicità dal quale nessuno può allontanarsi.

Questa dimensione introduce una riflessione sulla borghesia e sulla sua necessità di conservare il prestigio attraverso la rappresentazione pubblica del successo. L’orrore non proviene inizialmente da un mondo estraneo alla quotidianità, ma si insinua proprio negli spazi destinati a esprimere sicurezza e prosperità. L’abitazione, il giardino, gli oggetti familiari e le celebrazioni diventano elementi di un ordine apparentemente impeccabile, destinato a mostrare progressivamente la propria fragilità. La vera minaccia non è necessariamente ciò che potrebbe distruggere quella perfezione, ma il prezzo pagato per conservarla. È su questa ambiguità che il film sviluppa la propria dimensione più disturbante, perché costringe a osservare quanto facilmente la cura possa trasformarsi in dominio quando smette di riconoscere l’autonomia delle persone amate.

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Jasmine Trinca e Valeria Bruni Tedeschi, due interpretazioni al centro dell’incubo

Jasmine Trinca affronta uno dei personaggi più complessi della propria carriera recente, dando corpo a una donna nella quale determinazione e fragilità convivono senza riuscire a trovare un equilibrio. Anna deve sostenere il peso delle proprie decisioni, ma soprattutto difendere l’immagine che ha costruito di sé come madre. La dimensione tragica del personaggio deriva proprio dall’impossibilità di separare il proprio amore dalle conseguenze delle scelte compiute. Trinca restituisce questa contraddizione attraverso una presenza controllata, nella quale l’ostinazione tende progressivamente a lasciare emergere una vulnerabilità che non coincide necessariamente con il pentimento.

Il confronto con Valeria Bruni Tedeschi introduce un registro interpretativo differente, necessario a dare consistenza alla componente più propriamente perturbante del racconto. L’estranea del titolo è una figura difficilmente riconducibile alle convenzioni del mostro cinematografico: la sua capacità di generare inquietudine dipende anche dalla disinvoltura con cui sembra attraversare situazioni che per gli altri personaggi hanno conseguenze devastanti. Il male assume così un volto ordinario, capace di insinuarsi nelle debolezze umane senza dover necessariamente ricorrere a manifestazioni spettacolari. La presenza dell’attrice conferisce al personaggio una dimensione ambigua, nella quale ironia, crudeltà e imprevedibilità contribuiscono a rendere instabile ogni confronto.

A completare il nucleo emotivo troviamo Romana Maggiora Vergano, interprete di Alice adulta, e Adriano Giannini nel ruolo di Walter. Il personaggio della figlia è particolarmente importante perché introduce nel racconto una prospettiva diversa da quella materna. Anna ha trascorso anni attribuendo alle proprie decisioni un significato che considera indiscutibile; Alice rappresenta invece la possibilità di contestare quella versione dei fatti e di interrogarsi su quanto della propria vita sia realmente appartenuto alle sue scelte. È in questo rapporto che il film trova una delle proprie tensioni più significative: la verità può diventare una forma di liberazione, ma non restituisce automaticamente gli anni trascorsi dentro una menzogna.

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Paolo Strippoli e un horror che usa il soprannaturale per raccontare il dolore

Con L’estranea, Paolo Strippoli prosegue un percorso autoriale che ha progressivamente spostato il proprio interesse dagli strumenti tradizionali dell’horror verso una rappresentazione più intima delle paure umane. Dopo A Classic Horror Story, realizzato con Roberto De Feo, il regista ha sviluppato attraverso Piove e La valle dei sorrisi una ricerca incentrata sulle conseguenze emotive dei traumi familiari. Il soprannaturale non funziona soltanto come elemento capace di introdurre il pericolo, ma diventa la forma attraverso cui sentimenti difficili da rappresentare acquistano una presenza concreta. Rabbia, senso di colpa, bisogno di protezione e incapacità di accettare la perdita vengono tradotti in manifestazioni fisiche che rendono visibile ciò che normalmente rimane nascosto.

La continuità con i lavori precedenti emerge soprattutto nel rapporto tra sofferenza e desiderio di eliminarla. Nei mondi raccontati da Strippoli, i personaggi cercano spesso una soluzione definitiva a un dolore che sembra incompatibile con la possibilità di continuare a vivere. Ma ogni tentativo di sottrarsi completamente alla sofferenza rischia di produrre nuove forme di distruzione, perché il prezzo richiesto coinvolge inevitabilmente la libertà e l’identità delle persone. L’estranea porta questa riflessione nella dimensione del rapporto genitoriale, chiedendosi se esista una differenza tra proteggere qualcuno dal male e impedirgli di affrontare autonomamente la propria esistenza.

La regia trova nella costruzione delle atmosfere uno dei principali strumenti espressivi. La spirale, elemento ricorrente dell’immaginario visivo del film, suggerisce un movimento dal quale diventa sempre più difficile sottrarsi, mentre la progressiva alterazione degli ambienti domestici contribuisce a trasformare luoghi familiari in spazi minacciosi. Anche la presenza della pioggia e delle condizioni meteorologiche estreme rafforza il rapporto tra il disordine emotivo dei personaggi e quello del mondo esterno. Il film non rinuncia alla dimensione sensoriale dell’horror, ma cerca di attribuirle una funzione narrativa, facendo coincidere il deterioramento delle certezze familiari con la perdita di stabilità della realtà rappresentata.

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La fotografia di Cristiano Di Nicola contribuisce a sostenere questa impostazione attraverso un’attenzione al contrasto tra apparenza e minaccia, mentre le musiche di Rob accompagnano la tensione senza ridurla esclusivamente all’attesa di uno spavento. È una scelta coerente con la natura del racconto, nel quale il disagio deriva spesso dalla consapevolezza che qualcosa di irreparabile sia già accaduto. L’orrore non coincide necessariamente con l’arrivo del pericolo, ma con la scoperta che la sicurezza nella quale i personaggi hanno creduto potrebbe non essere mai esistita.

Una costruzione ambiziosa, ma non sempre libera dal peso dei propri simboli

La ricchezza della dimensione allegorica rappresenta contemporaneamente uno dei maggiori pregi e uno dei possibili limiti del film. Strippoli dimostra una notevole capacità di associare immagini perturbanti a conflitti psicologici riconoscibili, costruendo un universo coerente nel quale ogni elemento sembra rimandare alle responsabilità dei personaggi. Tuttavia, proprio questa volontà di attribuire un significato preciso ai dettagli rischia talvolta di rendere la costruzione simbolica troppo evidente. La ripetizione di determinati motivi visivi può ridurre quella componente di mistero che costituisce uno degli strumenti più efficaci dell’orrore, soprattutto quando lo spettatore comincia a riconoscere con eccessiva facilità il funzionamento delle metafore.

Anche la struttura narrativa, distribuita su un arco temporale particolarmente ampio, richiede un lavoro costante per mantenere il giusto equilibrio tra rivelazione e coinvolgimento emotivo. Il racconto deve infatti ricostruire le conseguenze di decisioni prese molti anni prima, conservando contemporaneamente la tensione del confronto tra Anna e Alice. In alcuni passaggi, l’ambizione della sceneggiatura rischia di appesantire il ritmo, soprattutto quando la necessità di chiarire i rapporti tra passato e presente prende temporaneamente il sopravvento sulla progressione drammatica. Non si tratta di difetti tali da compromettere il risultato, ma di aspetti che impediscono all’opera di raggiungere una fluidità assoluta.

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D’altra parte, sarebbe ingiusto valutare L’estranea esclusivamente attraverso l’efficacia delle sue componenti horror più riconoscibili. Il film non cerca di costruire una successione ininterrotta di momenti spaventosi e non affida il proprio significato alla sola rivelazione della natura della presenza soprannaturale. La tensione più importante nasce dalla progressiva messa in discussione delle certezze morali della protagonista, un percorso che attribuisce alla dimensione fantastica il compito di rendere ancora più inquietanti comportamenti e convinzioni profondamente umani. È questa consapevolezza a distinguere il cinema di Strippoli da molte produzioni di genere nelle quali il dramma dei personaggi viene utilizzato soltanto per giustificare l’arrivo del mostro.

Il verdetto: un horror italiano che ha il coraggio di mettere in discussione l’amore

L’estranea rappresenta un passaggio importante nel percorso artistico di Paolo Strippoli, capace di utilizzare un impianto narrativo riconoscibile per affrontare una riflessione tutt’altro che rassicurante sul rapporto tra genitori e figli. Il film trova la propria forza nella volontà di sottrarre l’amore familiare a qualsiasi rappresentazione idealizzata, riconoscendo che anche i sentimenti più profondi possono diventare distruttivi quando vengono utilizzati per giustificare il controllo sulla vita altrui. L’elemento soprannaturale amplifica questa contraddizione, ma non ne costituisce l’origine: il vero conflitto appartiene alla coscienza dei personaggi e alla difficoltà di assumersi la responsabilità delle proprie decisioni.

Jasmine Trinca e Valeria Bruni Tedeschi costituiscono il centro interpretativo dell’opera, sostenendo un confronto nel quale la minaccia esterna e il tormento interiore finiscono progressivamente per sovrapporsi. La qualità della messa in scena, l’attenzione alla dimensione visiva e la coerenza dei temi confermano la personalità di un regista che ha saputo costruire un’identità riconoscibile all’interno del cinema italiano contemporaneo. Qualche insistenza simbolica e alcuni passaggi narrativi meno equilibrati limitano parzialmente l’efficacia complessiva, senza però intaccare la forza delle questioni affrontate.

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Il risultato è un horror psicologico adulto, doloroso e moralmente ambiguo, capace di interrogare lo spettatore senza offrirgli la consolazione di una distinzione immediata tra innocenza e colpa. La paura più profonda non deriva dalla possibilità che una presenza maligna possa impossessarsi di una famiglia, ma dal sospetto che quella famiglia abbia già costruito la propria infelicità attraverso il tentativo di impedirla.

Il vero orrore de L’estranea non è scoprire quanto male possa nascondersi dietro un gesto d’amore. È riconoscere quanto facilmente chi ama possa convincersi di avere il diritto di decidere la vita degli altri.

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