Quando scorrono i titoli di coda di Digger, la sensazione è quella di aver attraversato qualcosa più che di aver semplicemente visto un film. Alejandro González Iñárritu non concede quasi mai allo spettatore il lusso della quiete: accumula immagini, dialoghi, provocazioni e cambi di ritmo fino a costruire un’opera che sembra muoversi con la stessa instabilità del mondo che vuole raccontare.
Al centro c’è Tom Cruise, trasformato nel magnate del petrolio Digger Rockwell, personaggio volutamente eccessivo che diventa progressivamente meno individuo e sempre più simbolo. Intorno a lui si muove una realtà deformata, ma abbastanza riconoscibile da risultare inquietante: crisi climatica, sfruttamento delle risorse naturali, interessi economici, tensioni internazionali e incapacità della politica di governare fenomeni diventati ormai globali.
Tom Cruise è Digger Rockwell, l’uomo che fa precipitare il mondo nel caos
La scintilla narrativa arriva quando Rockwell provoca un enorme disastro ambientale. Stabilire quanto ci sia di volontario e quanto invece di irresponsabilmente accidentale diventa quasi secondario, perché da quel momento Digger trasforma la catastrofe in un gigantesco effetto domino.

Ogni conseguenza ne genera un’altra. Economia, ambiente e geopolitica finiscono nello stesso vortice e Iñárritu utilizza questa escalation per raccontare un sistema nel quale nessuno sembra davvero avere il controllo, nonostante tutti continuino a comportarsi come se lo avessero.
Cruise accompagna questa discesa nel caos con un’interpretazione fisica e volutamente caricaturale. Il suo Rockwell gesticola, provoca, occupa lo spazio e sembra costantemente convinto di poter dominare qualsiasi situazione. Più il mondo gli crolla intorno, più il personaggio appare grottesco.
Ed è proprio qui che il film trova una delle sue intuizioni più riuscite: Rockwell non è inquietante perché appare onnipotente, ma perché continua a comportarsi come se lo fosse anche quando la realtà dimostra il contrario.
Una satira politica che non cerca la neutralità
Iñárritu dissemina il film di riferimenti al presente. Petrolio, combustibili fossili, Groenlandia, Artico, Cina, Russia, Sud America, equilibri energetici e crisi ambientale finiscono continuamente dentro la narrazione.

La politica internazionale viene però filtrata attraverso la lente della farsa. Governi e istituzioni non vengono rappresentati come centri razionali capaci di risolvere la crisi, bensì come luoghi attraversati da contraddizioni, interessi contrapposti e incapacità di trovare rapidamente soluzioni comuni.
Una delle sequenze più emblematiche porta Rockwell davanti a un parlamento europeo. L’uomo viene chiamato a rispondere delle conseguenze delle proprie azioni, ma il confronto degenera rapidamente e Iñárritu trasforma la scena in un teatro dell’assurdo.
Non interessa stabilire chi abbia ragione. Digger vuole mostrare soprattutto quanto facilmente una crisi reale possa essere risucchiata dalla rappresentazione politica della crisi stessa.
Dalla crisi climatica alla geopolitica: in Digger tutto è collegato
Il film insiste su un concetto molto semplice: separare ambiente, economia e politica è diventato impossibile. Una scelta energetica modifica gli equilibri internazionali, una crisi geopolitica influenza i prezzi, l’accesso alle risorse modifica le strategie dei governi e ogni decisione produce conseguenze molto più lontane rispetto al luogo nel quale viene presa.

Iñárritu estremizza tutto, naturalmente. Non sta realizzando un documentario né pretende di costruire un’analisi geopolitica esaustiva. Utilizza invece il linguaggio della satira per portare ogni elemento al limite e mostrarne le contraddizioni.
Per questo Digger può ricordare a tratti Don’t Look Up, soprattutto quando il pericolo diventa evidente ma personaggi e istituzioni continuano a discutere di consenso, comunicazione e opportunità politica.
La differenza è che Iñárritu sembra ancora meno interessato alla linearità. Il suo film vuole essere sporco, rumoroso, congestionato. Il caos non è soltanto ciò di cui parla: è anche la forma attraverso la quale sceglie di raccontarlo.
La frase chiave di Digger: controllare la narrazione
C’è un passaggio che finisce per contenere buona parte del significato del film. Rockwell comprende che esistono fenomeni impossibili da dominare completamente. La natura è uno di questi.
Resta però qualcosa su cui provare a esercitare il controllo: il racconto di ciò che sta accadendo.

È qui che Digger sposta definitivamente l’attenzione dalla catastrofe ambientale alla battaglia sulla percezione. I fatti continuano a esistere, ma attorno ai fatti vengono costruite versioni differenti della realtà, ognuna utile a un interesse particolare.
Politica, industria, istituzioni e informazione finiscono così coinvolte nello stesso enorme gioco narrativo. Non basta più affrontare un problema: bisogna stabilire chi riuscirà a definirlo, raccontarlo e attribuirne la responsabilità.
Iñárritu firma un film imperfetto ma impossibile da ignorare
Digger non è un’opera ordinata e probabilmente non vuole esserlo. Ci sono momenti in cui la quantità di temi affrontati rischia di diventare soffocante e altri nei quali la provocazione sembra prevalere sulla precisione.
Eppure proprio questa eccedenza contribuisce alla personalità del film. Iñárritu non costruisce una satira elegante da osservare a distanza: mette lo spettatore nel mezzo della confusione, costringendolo a restare dentro quel rumore fino alla fine.

Tom Cruise diventa il volto perfetto di questa operazione. Esagerato, sgradevole, divertente e inquietante contemporaneamente, Digger Rockwell sembra appartenere a una realtà alternativa soltanto fino a quando si cominciano a riconoscere alcuni frammenti della nostra.
Ed è forse questo l’aspetto più riuscito del film. Digger racconta un mondo assurdo senza permetterci mai di convincerci completamente che sia davvero così lontano dal nostro.
Quando finalmente arriva il momento di respirare, Iñárritu lascia almeno una possibilità aperta. Non necessariamente politica, economica o tecnologica. È il cinema stesso, e più in generale l’arte, a diventare uno spazio nel quale trasformare la paura in immagine e il caos in racconto.
Non significa trovare una soluzione. Significa almeno riuscire, per qualche ora, a guardare il disastro senza distogliere gli occhi.

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