Carrie, serviva davvero un’altra versione? Mike Flanagan ha trovato la risposta nel nostro presente

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tta, un video può essere condiviso, modificato e rilanciato, mentre il confine tra il cortile scolastico e la vita privata diventa quasi inesistente. Prime Video descrive infatti la nuova protagonista come costretta ad affrontare uno scandalo di bullismo diventato virale insieme alla «crudeltà» dell’era dei social media, mentre iniziano a emergere i suoi poteri telecinetici.

Flanagan non utilizza quindi il 2026 come semplice riverniciatura tecnologica. Mettere smartphone nelle mani degli studenti senza modificare la struttura psicologica della storia avrebbe prodotto soltanto un remake modernizzato. L’obiettivo dichiarato sembra piuttosto quello che il regista aveva già perseguito nei suoi adattamenti precedenti: riconoscere la forma dell’opera originale e poi permettersi di allontanarsene. Hill House non era una trasposizione letterale di Shirley Jackson, così come Bly Manor utilizzava Henry James per costruire qualcosa di molto più ampio di una traduzione televisiva di Il giro di vite. Con Carrie il principio è analogo: il pubblico deve riconoscere la storia, ma non dovrebbe conoscere in anticipo tutto ciò che accadrà.

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La nuova Carrie comincia da un punto diverso

Le differenze emergono infatti già dalla situazione iniziale. In questa versione, Carrie e Margaret hanno trascorso gran parte della loro esistenza separate dal mondo esterno e il padre della ragazza è ancora presente all’inizio della storia. La sua morte improvvisa diventa uno degli eventi che fanno crollare quell’isolamento e portano Carrie verso il sistema scolastico pubblico. È un cambiamento tutt’altro che ornamentale, perché permette alla serie di osservare la protagonista non soltanto come vittima già inserita in un ambiente ostile, ma come una ragazza che viene letteralmente introdotta per la prima volta in un ecosistema sociale del quale non possiede gli strumenti.

Summer H. Howell interpreta così una Carrie che non deve riprodurre Sissy Spacek o Chloë Grace Moretz. L’attrice è stata scelta dopo un processo che ha coinvolto quasi 1.500 candidate, mentre Samantha Sloyan affronta una Margaret White più articolata rispetto alla semplice immagine della madre fanatica e religiosa. La fede continua a determinarne la visione del mondo, ma Flanagan inserisce il personaggio anche all’interno di una storia familiare tossica e abusiva, facendo di lei contemporaneamente una figura capace di infliggere dolore e qualcuno che ne porta a sua volta le conseguenze.

È una scelta perfettamente coerente con il cinema e la televisione di Flanagan. Nei suoi horror il mostro raramente cancella la persona che si trova dietro di esso; al contrario, il regista tende quasi ossessivamente a cercare la ferita precedente alla violenza. Margaret è quindi un personaggio ideale per la sua sensibilità, perché il rischio di trasformarla in caricatura è sempre stato enorme. Rendere comprensibile il meccanismo che l’ha costruita non significa assolverla, ma può rendere più disturbante il rapporto con Carrie proprio perché la violenza non nasce nel vuoto.

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Lo stesso ampliamento riguarda i ragazzi del liceo. Chris Hargensen non viene presentata soltanto come la regina crudele della scuola, ma riceve uno spazio maggiore per mostrare fragilità e motivazioni, mentre Sue Snell attraversa più apertamente il senso di colpa dopo aver partecipato all’umiliazione della protagonista. Alison Thornton interpreta Chris e Siena Agudong è Sue; accanto a loro ci sono Joel Oulette come Tommy Ross, Arthur Conti come Billy Nolan, Amber Midthunder nei panni di Miss Desjardin e Matthew Lillard come preside Grayle.

Otto episodi cambiano inevitabilmente il peso della storia

È forse questa la differenza più importante rispetto alle precedenti trasposizioni. Il film di De Palma durava poco più di un’ora e mezza e possedeva una traiettoria brutale: quasi ogni elemento spingeva Carrie verso quel ballo che sarebbe diventato una delle sequenze più iconiche dell’horror americano. Flanagan dispone invece di otto episodi, e una quantità di tempo simile obbliga a trasformare il materiale. Non si può semplicemente rallentare il film del 1976 fino a raggiungere otto ore senza svuotarlo. Prime Video ha quindi utilizzato lo spazio televisivo per ampliare il mondo della protagonista, le relazioni tra gli studenti e le cause che conducono alla catastrofe. Tutta la stagione è disponibile dal 7 ottobre senza distribuzione settimanale.

Questo porta con sé anche il rischio principale. Più si spiegano i personaggi, più Carrie può perdere quella ferocia quasi archetipica che aveva reso il romanzo e il film di De Palma tanto destabilizzanti. Una parte della critica internazionale ha già individuato proprio qui il punto controverso della serie: l’approccio empatico di Flanagan amplia le responsabilità sociali e familiari intorno alla protagonista, ma può contemporaneamente attenuare l’ambiguità morale di una storia nella quale la vittima diventa a sua volta qualcosa di terribile.

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È una tensione interessante perché riguarda il modo stesso in cui il nostro rapporto con i personaggi è cambiato. Una serie contemporanea tende a chiedere origine, spiegazione e trauma; Carrie possiede invece una potenza che nasce anche dall’impossibilità di ordinare moralmente ciò che succede. Essere perseguitata non rende innocuo ciò che Carrie può diventare, così come comprendere le ragioni dei suoi persecutori non cancella la loro crudeltà. Flanagan si muove precisamente su questa linea e il formato lungo gli offre molto più spazio per farlo, ma anche molte più occasioni per spiegare ciò che forse dovrebbe rimanere scomodo.

Stephen King non si limita ad approvare: è anche produttore esecutivo

A rendere ancora più significativo questo nuovo adattamento c’è il rapporto tra Flanagan e Stephen King. I due condividono ormai una lunga storia creativa: il regista ha già portato sullo schermo Il gioco di Gerald e Doctor Sleep, prima di realizzare The Life of Chuck. Nel caso di Carrie, King non compare soltanto come autore del materiale originale: figura tra i produttori esecutivi della serie, insieme allo stesso Flanagan e agli altri responsabili della produzione Amazon MGM Studios.

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Flanagan ha inoltre raccontato che lo scrittore si è mostrato molto interessato quando ha visto la direzione intrapresa dal progetto e che Carrie è finita per diventare uno dei lavori ai quali il regista è maggiormente affezionato. È un’approvazione che non certifica automaticamente la riuscita della serie, ma chiarisce almeno un aspetto: l’intenzione non è quella di sfruttare meccanicamente il titolo più famoso possibile del catalogo King. Il coinvolgimento dello scrittore e l’ampiezza delle modifiche indicano un progetto che accetta consapevolmente di confrontarsi con la domanda sulla propria necessità. Ed è forse proprio lì che si trova la ragione più convincente per tornare a Carrie White ancora una volta.

Il romanzo di Stephen King non parlava davvero di una ragazza telecinetica. Parlava della violenza prodotta dall’essere esclusi, osservati, giudicati e umiliati nel momento più fragile della propria vita. I poteri erano la forma horror attraverso cui quella pressione diventava fisicamente distruttiva. Cinquant’anni dopo, gli adolescenti continuano a fare esperienza delle stesse paure, ma gli strumenti attraverso cui possono ferirsi a vicenda sono diventati più veloci, permanenti e pubblici.

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Questo non significa che ogni classico debba essere aggiornato ogni dieci anni. E non significa nemmeno che l’esistenza di Instagram o TikTok sia sufficiente a rendere necessaria una nuova Carrie. La vera prova per Flanagan consiste nel dimostrare che il cambiamento del mondo produce anche un cambiamento della storia.Se ci riuscirà, la domanda non sarà più perché qualcuno abbia deciso di rifare Carrie. Sarà quanto sia inquietante scoprire che, dopo mezzo secolo, Carrie White continua ad avere perfettamente senso.

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